Ci sono un poliziotto con un
grave problema, una donna la cui figlia è stata uccisa dopo uno stupro e tre manifesti.
No, non è una barzelletta. Perché Three
Billboards Outside Ebbing, Missouri è un film che, sebbene lasci spazio a
qualche risata amara, è una grande riflessione sia umana che narrativa.
Quella volta che ero a Londra
La prima volta che ho
sentito di questa pellicola è stato l’ultimo giorno dello scorso anno. Ero a
Londra e, mentre aspettavo il treno a Victoria, guardavo un cartellone
pubblicitario di quelli che girano in continuazione. Da una parte sfilava un
musical, dall’altra un film dal titolo lunghissimo e dai colori scuri. Ho
pensato caspita, non lo andrò mai a vedere.
Ma era un’affermazione
superficiale, figlia della stanchezza e di una colazione inglese in zona
Portobello che ancora devo digerire.
Alla fine, tra nomination agli Oscar e vittorie ai Golden Globe, Three Billboards (da ora solo TBOEM) sono andato a vederlo. Pure in lingua originale. Con mia sorella. Di mattina. A Milano.
Alla fine, tra nomination agli Oscar e vittorie ai Golden Globe, Three Billboards (da ora solo TBOEM) sono andato a vederlo. Pure in lingua originale. Con mia sorella. Di mattina. A Milano.
Del film, comunque, non avevo
visto molto: un paio di pareri di compagni di scuola (tutti positivi, il che ha
aumentato la curiosità), un trailer guardato di sfuggita e un pezzo di
intervista a Francis McDormand.
È bello andare al cinema impreparati, ci si sorprende di più.
È bello andare al cinema impreparati, ci si sorprende di più.
Tre insoliti personaggi
La premessa narrativa è
alquanto originale: una donna la cui figlia è stata stuprata e uccisa decide di
affittare tre enormi manifesti abbandonati ai margini della piccola Ebbing per
denunciare la polizia che non ha ancora una pista verso l’assassino.
Divorziata, incazzata e
(per usare un termine che va di moda) resiliente, Mildred non ha ottimi
rapporti con la cittadina della quale diffida.
La sua crociata alla
ricerca della verità tira in campo direttamente lo sceriffo Willoughby (Woody
Harrelson), la cui reputazione cambia a seconda degli occhi con cui la si
guarda: quella dei colleghi alla stazione di polizia, quella della moglie,
quella delle figlie, quella di Mildred e quella dei tre cartelli.
Eccoli, i tre cartelli –
o manifesti che dir si voglia. Sono solo enormi pezzi di carta ma vivono,
cambiano, creano conflitti, insomma: sono dei personaggi a tutti gli effetti.
Hanno un arco narrativo di continua mutazione che come un vento soffia sulle
decisioni dei protagonisti e li muove, dentro e fuori.
La mina vagante si
chiama Dixon, poliziotto pieno dei peggiori difetti (razzista, ubriacone,
scontroso…) che sono lo scudo che nasconde la sua insicurezza. Questo film ha
una capacità che altri non hanno, che è saper far evolvere non tanto il
personaggio nel suo arco, ma valore morale che questo suscita in noi. È un
concetto che non vale solo per Dixon, ma anche per lo sceriffo e Mildred.
TBOEM è un film sulla fragilità
corazzata, sulla rabbia che denuncia il sistema, sul valore della vita che non
viene mai considerato abbastanza.
Il mio amico Paolo ha ragione quando dice non vedevo un film così da tempo, perché ha un qualcosa di inspiegabile che coinvolge anche dopo la visione.
Il mio amico Paolo ha ragione quando dice non vedevo un film così da tempo, perché ha un qualcosa di inspiegabile che coinvolge anche dopo la visione.
Credo che sia un film
che nasconde un lato dell’esistenza che vale una seconda, terza, quarta visione.
Ergo, finchè è in sala vi consiglio spassionatamente di andarci.
Ergo, finchè è in sala vi consiglio spassionatamente di andarci.
-Tutta questa rabbia, genera soltanto rabbia.-

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