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venerdì 27 aprile 2018

AVENGERS: INFINITY WAR - #Thanosdemandsyoursilence.

Dalla lettera dei Russo Bros:
"[...] Ti chiediamo, dopo aver visto Infinity War, di mantenere lo stesso livello di segretezza così che tutti i fan potranno avere la stessa esperienza che hai avuto nel guardarlo la prima volta. Non fare spoiler, così come non li abbiamo fatti noi. [...]".

Il fatto è che non posso proprio dire nulla. Non posso non parlare di Avengers Infinity War senza fare un briciolo di spoiler, senza raccontare lo stupore e lo sbigottimento avuti durante la visione del film.
È anche stupido raccontare di questo capitolo (il 19°) della saga Marvel perchè tutti sanno che è la resa dei conti di tutti gli eroi contro la vera minaccia che ha tessuto la trama delle altre 18 pellicole (alcune di più, altre di meno) durante gli ultimi dieci anni.

Piacere, Tony Stark

Me lo ricordo ancora quel 2008 quando uscì Iron Man e nessuno ci credeva. Ma io, che di cinecomic ne avevo visti pochi (Hulk e gli Spiderman di Raimi, insomma quelli che c'erano) non avevo la minima idea di chi fosse Tony Stark e tanto meno Robert Downey Jr. Avevo undici anni e ne rimasi affascinato perchè volevo essere anch'io Iron Man, l'uomo di latta spaccone, piacione e intelligente che non aveva paura a dichiarare la sua identità.

Ho vissuto gli altri film Marvel come un unico "speriamo che arrivi Iron Man a sistemare tutto!" perchè i primi due Thor, i primi due Captain America e Doctor Strange erano, sì godibili, ma anche noiosi dopo un po'. Iron Man era invece una costante ficata atomica perchè rendeva tutto più anomalo e il suo personaggio si sviluppava in direzioni diverse in ogni pellicola.
Ambedue i film Avengers si sono retti chiaramente sulle sue decisioni (poi vabbè, voi mi direte che sono film corali, e sono d'accordo) e sul suo carisma. Anche Civil War (film di Cap) alla fine era molto in mano sua.
Ebbenesì, #teamironman tutta la vita.

Breve parentesi sui Guardiani della Galassia: siamo tutti d'accordo sul fatto che hanno preso un genere neonato e l'hanno rifondato a modo loro.
Siamo tutti d'accordo che James Gunn (il regista) sia stato un vero azzardo che però ha funzionato. Siamo tutti d'accordo sul fatto che abbia messo d'accordo sia il pubblico maschile (Zoe Saldana è bellissima anche verde) che femminile (Chris Pratt è un sogno per le ragazze e un "modello" per i ragazzi).
Siamo tutti d'accordo sul fatto che ambedue siano film pazzeschi, alla faccia di chi dice che i sequel non reggono il primo film.

Una serie di nonspoiler

In Infinity War tutti hanno un peso specifico in diversi luoghi nella galassia, ci sono alleanze che non avrei mai pensato, dichiarazioni e ritorni potenti e... dannazione! Stavo per fare uno spoiler!
Un'anticipazione che non fa spoiler invece è la figura di Thanos, l'antagonista per eccellenza mosso da un bisogno più umano che malvagio che richiede un sacrificio enorme.
Il viaggio dell'eroe lo compie lui, non i vari supereroi, ed è un cammino fatto di scelte complicate che si celano oltre la corteccia viola che lo ricopre. Ad accompagnarlo, l'Ordine Nero, cioè i suoi tirapiedi, di cui solo il diplomatico Fauce d'Ebano sa distinguersi davvero - assomiglia molto a Pius, Ministro della Magia nell'ultimo libro di Harry Potter- . Gli altri scagnozzi sono personaggi di un videogioco senz'anima. Va bene, su questo mi fermo e non vado oltre.

Altre cose che troverete in Infinity War: l'amore, il ritorno, la sorpresa, la rabbia, il passato e, ultimo ma non meno importante, il sacrificio.

Una lezione per gli altri

Globalmente si può dire che come pellicola, malgrado le sue due ore e quaranta, non basta. Infinity War non inizia e non finisce (semi spoiler, ma già si sapeva) perchè tutto è già stato impostato negli ultimi dieci anni.
La Casa delle Idee è riuscita a portare una lunga serie tv sullo schermo senza che ce ne accorgessimo e l'ha fatto contro ogni pregiudizio hollywoodiano pre-2008, che ora invece si è ribaltato e fa da esempio a ogni produzione cinematografica "seriale". La Warner con la DC devono solo guardare questo film e capire come, con una storia che non segue strettamente i tre atti canonici, si può fare un gioiello senza pretendere di essere un capolavoro.

Io e quelli che siamo usciti dalla sala dopo la visione avevamo la stessa faccia. Ma non vi dico quale perchè dovrete guardarvi allo specchio per capirla davvero. Ma dentro sapevo che anche se le mie previsioni non si erano avverate, le mie aspettative erano ripagate. Due anni che aspettavo di vederlo ed ero soddisfatto perchè non c'è nulla di meglio della curiosità e di un film che non smette di rimbalzarti in testa una volta uscito dal cinema.
Farete teorie strampalate, cercherete una soluzione, proverete a pensare che no, questo non è uno spoiler.

E ora andate e vedetene tutti,
ma ricordatevi
#Thanosdemandsyoursilence

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Per celebrare Avengers Infinity War non ne ho fatta solo una di illustrazione, ma ben sei. Sei come le sei gemme dell'infinito che Thanos vuole possedere per attuare il suo piano.








venerdì 30 marzo 2018

READY PLAYER ONE - Giocare col cinema

La prima cosa che ho pensato è stata "Madonna santa. Che figata".
Poi l'hype è salito e sono uscito dal cinema saltellando come un bimbo felice.
Ready Player One fa strani effetti sulla gente. O almeno su di me.

Il punto è che, come dice un mio compagno di classe (lo stesso profeta che aveva dichiarato che Lara Croft senza tette non è Lara Croft e che ci ha azzeccato ancora): Steven is back.
Lo dico con entusiasmo ma anche con il timore che dopo questo super blockbuster Spielberg possa adagiarsi sugli allori e fare qualche film mediocre (tipo gli ultimi, che sono mediocri per gli standard suoi, mica per quelli mondiali) e ritirarsi sul suo yacht nei pressi di Capri.
 
Ho deciso di vedere Ready Player One nel giorno d'uscita perché ero troppo curioso.
Chi è curioso si sa, va all'inferno. Ma io credo di essere andato nell'Oasis che è anche meglio.
Tralasciando la scorbutica signorina alla biglietteria (un ottimo guardiano della prima soglia, per chi ha masticato il manuale di scrittura di Vogler) direi che la scelta è stata azzeccata e, ripeto, soddisfacente.
Quello che ho visto fare dal vecchio Steve è stato giocare col cinema.
Giocare perché la base del film è un videogioco, col cinema perché... beh ragazzi sempre di Spielberg si parla.
Immaginate quindi di prendere il bambino che è in voi, aumentate la dose nerd che vi abita - ne basta poca, guardate me - ed entrate in un futuro distopico.

Alla ricerca dell'easter egg

Anno 2045. Dopo disastri di vario genere il mondo è un cumulo di macerie tecnologiche in cui la gente passa il tempo in una realtà virtuale camuffata da videogioco per guadagnare e portare a casa la pagnotta.
La penna geniale di Ernest Cline (autore del romanzo - che non ho letto - su cui è basato il film) è musa per il regista di E.T., che spreme la migliore CGI possibile per portare lo spettatore in un ibrido di avatar e persone.
Il viaggio dell'eroe è quello di Wade aka Parzival (Tye Sheridan), che cerca di trovare l'easter egg nascosto nell'Oasis (il videogioco in VR di cui parlavo poco fa), in concorrenza al resto della popolazione.
Ottenere l'oggetto desiderato è come arrivare alla fine del viaggio nella fabbrica di Willy Wonka: assurdo, avvincente ma soprattutto permette di ereditare il controllo del giocone.
Tre chiavi da trovare, tre prove. Una sorta di Torneo Tremaghi che più che Tremaghi diventa Multiplayer.
Certo, i veri nerd si saranno bagnati le mutande solo a pensarlo, ma la goduria è garantita a tutti.

Ad accompagnare Wade (orfano e senza amici, ma con il piglio giusto per diventare un proto Han Solo nel terzo atto) ci sono Aech, Art3mis e i ninja Daito e Shoto. Oltre alla montagna di elementi della cultura pop, dagli anni 80 ad oggi, che è tanto di moda quanto un appiglio per Spielberg (che ne ha creato una parte).
Come Master del gioco, il creatore James Halliday (in pieno stile Steve Jobs. Quindi incompreso, visionario ma soprattutto morto) interpretato da Mark Rylence con tanta leggerezza da volergli bene.
Il controller nemico è invece nelle mani di Mr.Sorrento (più italiano di così non si può), magnate del futuro con malvagi piani per appropriarsi dell'egg e monopolizzare il gioco, quindi dell'economia, quindi della gente.

Tre cose tre

Le cose geniali da sottolineare sono tre: la prima è la continua ricorrenza al cinema classico nelle piccole citazioni (probabilmente tratte dal romanzo) che Spielberg adatta e adagia con rispetto nella trama. Parlo principalmente di Shining e di Citizen Kane, uno visuale, l'altro in sottotesto, che mi hanno fatto sorridere ed esclamare "Allora Welles è servito anche a questo!".
La seconda è l'idea di controllo del film (che per chi scrive è la base di tutto. In breve, è il punto in cui la storia ritorna in ogni scena, il messaggio velato del film). Tra avatar e realtà ci sta in mezzo uno schermo. E chi sta da una parte, quasi mai corrisponde a chi è dall'altra. 
Un'idea attuale, profonda, scomoda per il futuro.
Perché tutti abbiamo un'imperfezione da nascondere agli altri (chi un dramma famigliare, chi un'età che lo sminuirebbe, chi un'identità che non lo rappresenta, chi una voglia sul volto) e non c'è miglior modo di eliminarla se non con una maschera.
La terza è Stand on It di Springsteen. Sono un devoto del Boss. Ho ballato sul posto quando è partita.

La domanda alla fine è: vivreste nell'Oasis?
Mentre pensate alla risposta, fateci un giro nella demo.
Dura 140 minuti, ma volano via.
Sarà come tornare indietro guardando in avanti.
Sarà come capire quanto noi ci fingiamo un profilo online e viceversa.
Farà paura ma ne vale la pena.
Parola di Spielberg.


​- La realtà è l'unica cosa reale -




mercoledì 21 marzo 2018

LADY BIRD - la migliore versione di sè stessi

-Voglio che tu sia la migliore versione di te stessa
-Ma se fosse questa la migliore versione?


Lo so. Di solito la citazione dal film di cui parlo la metto alla fine.
Ma per parlare di Lady Bird credo che sia meglio mettere le cose subito in chiaro.

Questa non è solo l'ennesima storia dell'adolescenza americana.
Questa è la migliore versione di una storia dell'adolescenza americana. O dell'adolescenza e basta.
Parlare di quegli anni in cui ogni decisione giusta è sbagliata per gli altri e viceversa, spesso si rivela un elenco di stereotipi oppure un elogio alla delicatezza (vedi Juno, che rimane tanto attuale quanto lo era quando è uscito anni fa).
Greta Gerwig ne parla alla sua maniera, tra la provincia e i soliti drammi di passaggio - scuola, amici, famiglia e società che non vogliono capirti finché capisci che non sei tu a permetteglielo -, decisioni importanti e scoperta di sé stessi.

Chi è Lady Bird?

La domanda Chi è Lady Bird? ha subito una risposta: è la protagonista, Christine che, in cerca della propria identità, si è creata un bizzarro alter ego o un nickname che vuole sostituire alla sua unicità. Lady Bird si candida a rappresentante d'istituto, Lady Bird vuole fare le gare di matematica anche se non è il suo forte, Lady Bird vorrebbe tanto essere amica della VIP della classe ed abitare nella casa più bella del suo paese che sente stretto.
Molti di quelli che hanno letto queste poche righe credo si siano sentiti un attimo Lady Bird.

Ma chi è invece Christine?
L'allontanamento del profilo pubblico (esatto come quello dei social) che il personaggio interpretato da Saoirse Ronan compie è tanto particolare quanto banale. Perché sì, la trama non è nulla di speciale, ma la messinscena rende il risultato autentico e rispecchiabile in molti spettatori. Non necessariamente solo nelle ex ragazzine, ma anche nei maschietti.
L'adolescenza è universale, è un momento liquido che si pone in mezzo e protegge, trasforma e dà vita a un adulto.

Anche noi siamo (stati) Lady Bird

Lady Bird è sicura di convincere tutti che Lady Bird non è una maschera o un soprannome, ma una persona vera che sa differenziarsi dalla massa pur volendo ciò che tutti vogliono: essere amati per quello che si è, nonostante l'essere sé stessi.
Quando ci svegliavamo presto per andare al liceo e passavamo le ore davanti allo specchio in attesa che il ragazzo o la ragazza nello specchio smettesse di assomigliarci, quello era sentirsi Lady Bird.
Voleva dire ingannarsi credendo di ingannare. Voleva anche dire che la versione di sé stessi che stavamo vivendo non corrispondeva alle nostre richieste e che se avessimo potuto, l'avremmo restituita a chi ce l'aveva consegnata con tanto di garanzia-anti-acne e richiesta di rimborso (quantomeno morale).

Non credo che accennerò alla trama ed il perché l'ho già fatto intendere, ma spendo due parole contro la candidatura del film a miglior sceneggiatura originale. Va bene essere #metoo, ma bisogna evitare di forzarlo. Hollywood però non bada a queste cose. Bada alla moda.

Chiusa la parentesi, se guardo alle mie spalle e vedo la mia versione non aggiornata (non per forza la migliore) che con aria spensierata pensava alle canzoni che lo raccontavano così bene e alle ragazze sul metro che davano loro vita, al timore della scelta post diploma e a tutte le paranoie che la complicavano, allora vedo anche il costume riposto sullo schienale della sedia, tolto come ogni giorno dopo la scuola.
Vedo un supereroe che per volare credeva fosse necessario il mantello, la maschera per non essere riconosciuto e lo scudo per difendersi dalla desolazione di sentirsi diverso.
È così bello però ora volare più leggeri, magari con qualche trucco del mestiere in tasca, ma con la voglia di mostrare la propria faccia, non ostentare la propria identità.

Ma queste cose, se avete capito quale tipo di strada avete scelto per il vostro futuro, le sapete di già.
Quindi vi invito a vedere Lady Bird (ancora in sala per poco) e a essere - quando riuscite - la migliore versione di voi stessi.



domenica 25 febbraio 2018

THE SHAPE OF WATER - Il gioco del silenzio


Freddo. Caldo. Freddo. Caldo. Freddo. Caldo.
Il quasi gelo siberiano ha invaso Milano per questi giorni e non c’è cosa migliore di andare al cinema a scaldarsi gli animi. Quindi
Casa. Strada. Bus. Strada. Metro. Strada. Cinema.
Ecco spiegato tutto

Ma dentro la parola cinema ci sta un enorme racconto che è quello di The Shape of Water, in italiano La Forma dell’Acqua, il nuovo film di Guillermo del Toro plurinominato agli Oscar e vincitore di ogni tipo di concorso, anche della sagra del pesce fritto di Monterrey se fosse stato possibile.
L’hanno detto e ridetto in milioni di modi, ma sì, questo film è una specie di fiaba che si snoda attraverso una storia d’amore ai limiti della zoofilia.
Quindi, una volta usciti dalla sala, non bisogna scandalizzarsi, anche perché abbiamo convissuto per anni con La Bella e la Bestia e nessuno si è mai lamentato. Godetevi l’incanto.

Lo dico come se fosse un tema delle elementari: a me mi è piaciuto.
Anzi, mi sono piaciute due cose in particolare, che mi hanno ispirato parecchio.

Una fiaba nella Guerra Fredda

La prima è la scelta di collocare precisamente i fatti in un certo periodo storico. Per non rischiare un certo tipo di film in costume (principesse e mostri e aiutanti buffi), del Toro usa la sua tecnica rodata (vedi tutti i suoi film precedenti) di dare un tempo e uno spazio fisico realmente esistito/esistente ai personaggi. Credere a pura finzione sarà più semplice in questo modo.
Ed eccoci in America nei 60s, agli albori degli scontri tecnologici tra USA e URSS, in piena guerra fredda.
In un laboratorio viene nascosta una creatura strana, sottratta a una popolazione indigena che la venerava come un dio, a cui il colonnello Strickland e i suoi sottoposti vogliono sottoporre torture ed esperimenti. Il mostro è simile ad un enorme girino antropomorfo (il punto di riferimento è il Mostro della Laguna targato Universal), ed è chiaramente spaventato dalla violenza dei militari.
Ad umanizzare la realtà che deve affrontare, arriva l’eroina della storia: Elisa, donna timida e soprattutto muta, disprezzata da molti ma non dal suo vicino – uno squattrinato artista segretamente gay e molto stempiato – e dalla collega Zelda, donna di origini africane con problemi coniugali. La cerchia di Elisa quindi consta di due emarginati a cui si aggiunge il mostro, che grazie a lei impara a comunicare e a capire che non tutti gli uomini sono violenti.
Dopo una vita passata a pulire pavimenti e a riordinare stanze, Elisa incontra il disordine e vede che è più emozionante. Per alimentarlo escogita un piano. Non dico altro.
 

Comunicare e altri limiti 

La seconda cosa che mi ha colpito di The Shape of Water è stata la semplicità di del Toro di trattare una relazione apparentemente innaturale, da fiaba infatti, come se fosse una comune. Il più grande scoglio che ha dovuto affrontare è stato quello della comunicazione, così ha capito che nessuno dei due doveva parlare. Sono i corpi e i fatti a muovere i loro sentimenti, la diversità che li accomuna e le imperfezioni di uno (i suoi limiti fisiologici e l’impossibilità di vivere senz’acqua) e dell’altra (il limite che il suo amore incontra nelle parole che vorrebbe dire e l’impossibilità di tenerlo per sempre con sè). Intrattenere una relazione, avere un’amicizia è principalmente comunicare.
Elisa non riesce a comunicare con il vicino-artista Giles perché lui è troppo impegnato a nascondere la sua identità omosessuale dietro il successo lavorativo.
Elisa non riesce a comunicare con Zelda perché i problemi con suo marito sono tanto ingombranti da tenere banco per una scena intera in cui lei parla, parla e parla senza che la poverina possa fermarla.
Ma con il mostro Elisa può comunicare perché ambedue giocano allo stesso gioco, che da piccoli chiamiamo del silenzio e che da grandi chiamiamo solitudine.

The Shape of Water è un film sul rivelarsi.
Il dottor Hoffstetler (a cui viene affidata la cura della creatura), Giles, Elisa, il mostro e persino il cattivo, il colonnello, cercano di rivelarsi perché quello che hanno trascorso o che stanno trascorrendo ha dato loro una parte da cui schiodarsi è difficile. 
The Shape of Water è un film che ti fa capire che a volte il mostro incatenato siamo noi.
Lo diventiamo quando qualcuno ci prende come preda o come sacrificio, e lo fa perché o non ha capito cosa si voleva comunicare o non ci ha lasciato il tempo di farlo. In quanto mostro, ci sentiamo liberi quando qualcun’altro ci capisce e riesce ad amarci.
Questa è la vita, non solo una fiaba.

P.S.: notevole e divertente la citazione del primo Alien. Facile trovarla. Guardate bene il secondo atto.

- Se noi non facciamo niente, non siamo niente. -

domenica 18 febbraio 2018

BLACK PANTHER - È tempo di un eroe diverso


Dopo venti minuti, quando era chiaro che il film questione era ambientato in uno sperduto stato dell’Africa, con un protagonista ed eroe africano, circondato da una tribù guarda a caso anch’essa di chiare origini africane! -, un bambino sui dieci anni accanto a me, si gira verso il padre e gli dice ma pà questo film è pieno di negri.
Evviva.
Questo non è lo spirito giusto per affrontare Black Panther.


Perché la nuova pellicola firmata Marvel alla fine è un inno all’integrazione e all’identità di un popolo, ma non c’è speranza nel suo messaggio se la si vede solo come una storia dell’ennesimo supereroe che vuole salvare il mondo. Anche IronMan nella sua opulenza ci insegna qualcosa; anche Capitan America, nella sua forza fisica ci insegna qualcosa, così come Hulk nella sua rabbia, Doctor Strange nella sua misticità e Thor nella sua imbattibilità. Ma essendo personaggi bianchi accettiamo la lezione.
Black Panther è nero, e un ragazzino bianco chiaramente ignorante e irrispettoso non vorrà mai assimilare i valori di un personaggio che canonicamente non gli appartiene.
Ma non prendiamoci in giro: un eroe africano avrebbe creato scompiglio e fastidio cinquant’anni fa.
Benvenuti nel 2018. Abbiamo i Trump e i Salvini, abbiamo una fiumana di immigrati che periodicamente chiede aiuto verso una vita migliore, abbiamo nei nostri discorsi una bava di razzismo che ancora ci fa rabbrividire. 
E ieri avevo, dall’altro lato della poltrona, quattro ragazzi africani che a malapena parlavano italiano e che, esaltatissimi davanti al film, talvolta si chiedevano tra di loro cosa dicessero i protagonisti. 

Il film: la narrazione e il ritmo

 Nel momento in cui T’Challa sale al trono (il padre, si sa, è morto durante l’ultimo film di Cap) diventa sia Black Panther (cioè il guerriero protettore del Wakanda) sia Re di tutti i popoli che compongono il suo stato. Certamente le schermaglie interne al paese non mancano, ma è una verità scomoda a dare il via al viaggio dell’eroe, alla sua trasformazione contro un personaggio che vuole rubargli il trono.

Le dinamiche narrative si diramano in più sensi: la famiglia, che oltre comprendere la madre e la sorella (che personaggio! Sicuramente il mio preferito del film), abbraccia anche la ex del nuovo re e l’intero esercito di guerriere – si, esatto, guerriere #timesup guys -; gli affari esteri che il Wakanda ha sottovalutato da sempre nascondendosi dall’ONU e creando involontariamente un commercio illegale di vibranio; la paura di condividere la propria tradizione e cultura sedimentata nell’abitudine e nel pregiudizio; la verità della propria storia, i segreti detti a fin di bene che però prima o poi si palesano creando problemi. 
Tutto è unito dal denominatore comune di un mondo tanto tribale quanto avanzato in cui l’eredità dei padri è fondamento di ogni decisione. Ma questi padri è tempo di rottamarli per andare avanti.
A livello di eventi, nulla di spettacolare. Leggendo i manuali di scrittura si può capire ogni singolo momento del film e anche prevederlo perché l’arco di cambiamento di un eroe passa per alcuni momenti chiave e necessari all’introduzione, ma è la narrazione visuale che è da sottolineare. Black Panther narra coi colori. Suppongo che l’artbook di questo film sia qualcosa di pazzesco. 
Le ambientazioni, i trucchi, i costumi e gli inserti tecnologici sono il motore visivo di tutto. C’è ritmo e cultura nella scelta di ogni abito e di ogni set, e c’è tutto il divertimento dei reparti grafici che hanno tirato fuori un mondo inesplorato che ha permesso loro di inventarsi il futuro una volta ancora.
 

Le conseguenze di BP 

Nel mondo Marvel il Wakanda romperà le regole, porterà modernità e toglierà una serie di stereotipi dai canoni supereroisitici visti finora. In Infinity War, il prossimo film Avenger in arrivo a maggio, sarà uno dei luoghi chiave della battaglia a Thanos e doterà alcuni degli eroi a cui siamo ormai affezionati di nuove armi (basta aspettare la scena post-credit per capire qualcosa…).
In poche parole, Black Panther è un film moderno nel mondo Marvel, è un film che spacca in ogni senso (metaforico e narrativo) ed è eticamente utile per tutti quei bambini incredibilmente irrispettosi che fanno ancora differenze usando la parola razza per etichettare una persona. Basta poco per essere degli eroi: cominciamo dal non usare la parola negro in quel modo.

-Comunque io ho visto molto del Re Leone nel film. Well done Disney, well done.-

Shuri, sorella di T'Challa - LNZ (c) 2018

domenica 4 febbraio 2018

THREE BILLBOARDS OUTSIDE EBBING, MISSOURI - la recensione



Ci sono un poliziotto con un grave problema, una donna la cui figlia è stata uccisa dopo uno stupro e tre manifesti. No, non è una barzelletta. Perché Three Billboards Outside Ebbing, Missouri è un film che, sebbene lasci spazio a qualche risata amara, è una grande riflessione sia umana che narrativa.

Quella volta che ero a Londra

La prima volta che ho sentito di questa pellicola è stato l’ultimo giorno dello scorso anno. Ero a Londra e, mentre aspettavo il treno a Victoria, guardavo un cartellone pubblicitario di quelli che girano in continuazione. Da una parte sfilava un musical, dall’altra un film dal titolo lunghissimo e dai colori scuri. Ho pensato caspita, non lo andrò mai a vedere.
Ma era un’affermazione superficiale, figlia della stanchezza e di una colazione inglese in zona Portobello che ancora devo digerire.
Alla fine, tra nomination agli Oscar e vittorie ai Golden Globe, Three Billboards (da ora solo TBOEM) sono andato a vederlo. Pure in lingua originale. Con mia sorella. Di mattina. A Milano.

Del film, comunque, non avevo visto molto: un paio di pareri di compagni di scuola (tutti positivi, il che ha aumentato la curiosità), un trailer guardato di sfuggita e un pezzo di intervista a Francis McDormand.
È bello andare al cinema impreparati, ci si sorprende di più.

Tre insoliti personaggi

La premessa narrativa è alquanto originale: una donna la cui figlia è stata stuprata e uccisa decide di affittare tre enormi manifesti abbandonati ai margini della piccola Ebbing per denunciare la polizia che non ha ancora una pista verso l’assassino.

Divorziata, incazzata e (per usare un termine che va di moda) resiliente, Mildred non ha ottimi rapporti con la cittadina della quale diffida.
La sua crociata alla ricerca della verità tira in campo direttamente lo sceriffo Willoughby (Woody Harrelson), la cui reputazione cambia a seconda degli occhi con cui la si guarda: quella dei colleghi alla stazione di polizia, quella della moglie, quella delle figlie, quella di Mildred e quella dei tre cartelli.

Eccoli, i tre cartelli – o manifesti che dir si voglia. Sono solo enormi pezzi di carta ma vivono, cambiano, creano conflitti, insomma: sono dei personaggi a tutti gli effetti. Hanno un arco narrativo di continua mutazione che come un vento soffia sulle decisioni dei protagonisti e li muove, dentro e fuori.

La mina vagante si chiama Dixon, poliziotto pieno dei peggiori difetti (razzista, ubriacone, scontroso…) che sono lo scudo che nasconde la sua insicurezza. Questo film ha una capacità che altri non hanno, che è saper far evolvere non tanto il personaggio nel suo arco, ma valore morale che questo suscita in noi. È un concetto che non vale solo per Dixon, ma anche per lo sceriffo e Mildred. 

TBOEM è un film sulla fragilità corazzata, sulla rabbia che denuncia il sistema, sul valore della vita che non viene mai considerato abbastanza.
Il mio amico Paolo ha ragione quando dice non vedevo un film così da tempo, perché ha un qualcosa di inspiegabile che coinvolge anche dopo la visione.
Credo che sia un film che nasconde un lato dell’esistenza che vale una seconda, terza, quarta visione.
Ergo, finchè è in sala vi consiglio spassionatamente di andarci. 

-Tutta questa rabbia, genera soltanto rabbia.-


RIDE - Qualcosa di nuovo sotto il sole (e menomale)

Da due anni a questa parte si parla di rinascita del cinema italiano. Smetto quando voglio, Jeeg Robot, Veloce come il vento, Brutti e...