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lunedì 10 settembre 2018

RIDE - Qualcosa di nuovo sotto il sole (e menomale)


Da due anni a questa parte si parla di rinascita del cinema italiano. Smetto quando voglio, Jeeg Robot, Veloce come il vento, Brutti e cattivi. Diciamo che tra commedia e film di genere qualche titolo particolare e degno di nota si è fatto vedere nelle sale ultimamente. Alcuni continuano a spopolare nell’on demand.

Poi c’è Ride. Ride nasce dalle penne di Fabio&Fabio (autori e registi di Mine con Armie Hammer) e Marco Sani, che poi hanno seguito la regia di Jacopo Rondinelli in modo pressochè maniacale, dato che tutto quello che ci sta intorno è un’enorme macchina dei record.
20 e più punti macchina (di cui la maggior parte GoPro, che non ingombrano, ma che poi devono essere sincronizzate in montaggio) in uno spazio aperto e vario come le Alpi del Trentino che è servito come set per simulare Black Babylon, un reality show in cui dieci bikers gareggiano per vincere una cospicua somma di denaro.
E come dice la tagline del film: Ride or Die. Corri o muori. Insomma non proprio il giro d’Italia.

Max e Kyle, i due protagonisti, sono due ragazzi oltre la trentina che non hanno ancora accettato pienamente l’età adulta, nascondendola dietro alle visualizzazioni dei loro video online in cui sfidano i limiti dell’adrenalina con pazzie su due ruote e scalate ai palazzi più alti (selfie a seguire).
Max ha debiti a causa del gioco d’azzardo, mentre Kyle non riesce a dare stabilità economica alla moglie e alla figlia piccola. Contro la loro volontà vengono catapultati nel mezzo di Black Babylon ed il resto è spoiler.
Il cuore di Ride sta nell’essere un pentolone pieno di sagge citazioni ibride tra cinema e videogioco e di essere quasi un marchio in via di sviluppo: infatti la campagna marketing è iniziata già dallo scorso NapoliCon ed è sfociata in una serie di attività fittizie (promozione della bevanda presente del film, creazione di una gara di downhill simile a quella del film) che apparentemente erano scollegate da ogni cosa.

Abbandonando il grande progetto per un attimo, andiamo ad analizzare in breve la pellicola: quando si dice che un film si scrive tre volte (sceneggiatura, regia, montaggio) Ride è proprio un caso limite di questo paradigma. Scrivere una storia che appoggia sul mistero e sulla sopravvivenza, e darle vita con una quantità record di camere accese in contemporanea è pressoché un mezzo miracolo. Il miracolo si completa quando gli anni luce di girato che porti in sala montaggio cominciano a prendere forma, ritmo, colore, narrazione.
Strutturato come un videogioco, quindi in Livelli, la storia segue anche i canonici tre atti che grazie ad un montaggio ferrato e che non perde mai un accento o una svolta. Anche visivamente è un videogioco: la grafica in sovrimpressione, la quantità di informazioni sulla gara in continuo movimento e gli stacchi che permettono molteplici punti di vista spostano i personaggi in una natura digitale.

In una lunga prospettiva, Ride potrebbe essere una sorta di piccolo Star Wars italiano.
Mi spiego meglio: tutto il merchandising e la transmedialità (non è una parolaccia, giuro) che la Lucas (e ora la Disney) hanno fatto dagli anni 70, potrebbero essere la scia che quest’idea - Ride prima di essere un film è una grande idea! -seguirà nei prossimi anni. Sarebbe un’ottima sveglia per l’economia del cinema del nostro paese, che non ha ancora nulla di veramente esportabile a livello del più recente La Casa di Carta prodotta da Netflix Spagna.

Da studente di cinema, la cosa non fa che gasarmi e ispirarmi. Vedere nuovi orizzonti del cinema italiano mi fa ben pensare che non dovrò passare una parte della gavetta che mi aspetta dietro ai fogli delle fiction buoniste e generaliste che passano in prima serata (con il dovuto rispetto per chi le produce, non sono il mio obiettivo), ma che esiste anche uno squarcio di produzioni coraggiose che hanno il fiuto e la curiosità di investire in prodotti come questo.

Anche se, non dimentichiamocelo, ci vuole una grande storia.
Ride ha una grande storia, che troverà altri mille modi per venire raccontata più a fondo.

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venerdì 27 aprile 2018

AVENGERS: INFINITY WAR - #Thanosdemandsyoursilence.

Dalla lettera dei Russo Bros:
"[...] Ti chiediamo, dopo aver visto Infinity War, di mantenere lo stesso livello di segretezza così che tutti i fan potranno avere la stessa esperienza che hai avuto nel guardarlo la prima volta. Non fare spoiler, così come non li abbiamo fatti noi. [...]".

Il fatto è che non posso proprio dire nulla. Non posso non parlare di Avengers Infinity War senza fare un briciolo di spoiler, senza raccontare lo stupore e lo sbigottimento avuti durante la visione del film.
È anche stupido raccontare di questo capitolo (il 19°) della saga Marvel perchè tutti sanno che è la resa dei conti di tutti gli eroi contro la vera minaccia che ha tessuto la trama delle altre 18 pellicole (alcune di più, altre di meno) durante gli ultimi dieci anni.

Piacere, Tony Stark

Me lo ricordo ancora quel 2008 quando uscì Iron Man e nessuno ci credeva. Ma io, che di cinecomic ne avevo visti pochi (Hulk e gli Spiderman di Raimi, insomma quelli che c'erano) non avevo la minima idea di chi fosse Tony Stark e tanto meno Robert Downey Jr. Avevo undici anni e ne rimasi affascinato perchè volevo essere anch'io Iron Man, l'uomo di latta spaccone, piacione e intelligente che non aveva paura a dichiarare la sua identità.

Ho vissuto gli altri film Marvel come un unico "speriamo che arrivi Iron Man a sistemare tutto!" perchè i primi due Thor, i primi due Captain America e Doctor Strange erano, sì godibili, ma anche noiosi dopo un po'. Iron Man era invece una costante ficata atomica perchè rendeva tutto più anomalo e il suo personaggio si sviluppava in direzioni diverse in ogni pellicola.
Ambedue i film Avengers si sono retti chiaramente sulle sue decisioni (poi vabbè, voi mi direte che sono film corali, e sono d'accordo) e sul suo carisma. Anche Civil War (film di Cap) alla fine era molto in mano sua.
Ebbenesì, #teamironman tutta la vita.

Breve parentesi sui Guardiani della Galassia: siamo tutti d'accordo sul fatto che hanno preso un genere neonato e l'hanno rifondato a modo loro.
Siamo tutti d'accordo che James Gunn (il regista) sia stato un vero azzardo che però ha funzionato. Siamo tutti d'accordo sul fatto che abbia messo d'accordo sia il pubblico maschile (Zoe Saldana è bellissima anche verde) che femminile (Chris Pratt è un sogno per le ragazze e un "modello" per i ragazzi).
Siamo tutti d'accordo sul fatto che ambedue siano film pazzeschi, alla faccia di chi dice che i sequel non reggono il primo film.

Una serie di nonspoiler

In Infinity War tutti hanno un peso specifico in diversi luoghi nella galassia, ci sono alleanze che non avrei mai pensato, dichiarazioni e ritorni potenti e... dannazione! Stavo per fare uno spoiler!
Un'anticipazione che non fa spoiler invece è la figura di Thanos, l'antagonista per eccellenza mosso da un bisogno più umano che malvagio che richiede un sacrificio enorme.
Il viaggio dell'eroe lo compie lui, non i vari supereroi, ed è un cammino fatto di scelte complicate che si celano oltre la corteccia viola che lo ricopre. Ad accompagnarlo, l'Ordine Nero, cioè i suoi tirapiedi, di cui solo il diplomatico Fauce d'Ebano sa distinguersi davvero - assomiglia molto a Pius, Ministro della Magia nell'ultimo libro di Harry Potter- . Gli altri scagnozzi sono personaggi di un videogioco senz'anima. Va bene, su questo mi fermo e non vado oltre.

Altre cose che troverete in Infinity War: l'amore, il ritorno, la sorpresa, la rabbia, il passato e, ultimo ma non meno importante, il sacrificio.

Una lezione per gli altri

Globalmente si può dire che come pellicola, malgrado le sue due ore e quaranta, non basta. Infinity War non inizia e non finisce (semi spoiler, ma già si sapeva) perchè tutto è già stato impostato negli ultimi dieci anni.
La Casa delle Idee è riuscita a portare una lunga serie tv sullo schermo senza che ce ne accorgessimo e l'ha fatto contro ogni pregiudizio hollywoodiano pre-2008, che ora invece si è ribaltato e fa da esempio a ogni produzione cinematografica "seriale". La Warner con la DC devono solo guardare questo film e capire come, con una storia che non segue strettamente i tre atti canonici, si può fare un gioiello senza pretendere di essere un capolavoro.

Io e quelli che siamo usciti dalla sala dopo la visione avevamo la stessa faccia. Ma non vi dico quale perchè dovrete guardarvi allo specchio per capirla davvero. Ma dentro sapevo che anche se le mie previsioni non si erano avverate, le mie aspettative erano ripagate. Due anni che aspettavo di vederlo ed ero soddisfatto perchè non c'è nulla di meglio della curiosità e di un film che non smette di rimbalzarti in testa una volta uscito dal cinema.
Farete teorie strampalate, cercherete una soluzione, proverete a pensare che no, questo non è uno spoiler.

E ora andate e vedetene tutti,
ma ricordatevi
#Thanosdemandsyoursilence

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Per celebrare Avengers Infinity War non ne ho fatta solo una di illustrazione, ma ben sei. Sei come le sei gemme dell'infinito che Thanos vuole possedere per attuare il suo piano.








venerdì 30 marzo 2018

READY PLAYER ONE - Giocare col cinema

La prima cosa che ho pensato è stata "Madonna santa. Che figata".
Poi l'hype è salito e sono uscito dal cinema saltellando come un bimbo felice.
Ready Player One fa strani effetti sulla gente. O almeno su di me.

Il punto è che, come dice un mio compagno di classe (lo stesso profeta che aveva dichiarato che Lara Croft senza tette non è Lara Croft e che ci ha azzeccato ancora): Steven is back.
Lo dico con entusiasmo ma anche con il timore che dopo questo super blockbuster Spielberg possa adagiarsi sugli allori e fare qualche film mediocre (tipo gli ultimi, che sono mediocri per gli standard suoi, mica per quelli mondiali) e ritirarsi sul suo yacht nei pressi di Capri.
 
Ho deciso di vedere Ready Player One nel giorno d'uscita perché ero troppo curioso.
Chi è curioso si sa, va all'inferno. Ma io credo di essere andato nell'Oasis che è anche meglio.
Tralasciando la scorbutica signorina alla biglietteria (un ottimo guardiano della prima soglia, per chi ha masticato il manuale di scrittura di Vogler) direi che la scelta è stata azzeccata e, ripeto, soddisfacente.
Quello che ho visto fare dal vecchio Steve è stato giocare col cinema.
Giocare perché la base del film è un videogioco, col cinema perché... beh ragazzi sempre di Spielberg si parla.
Immaginate quindi di prendere il bambino che è in voi, aumentate la dose nerd che vi abita - ne basta poca, guardate me - ed entrate in un futuro distopico.

Alla ricerca dell'easter egg

Anno 2045. Dopo disastri di vario genere il mondo è un cumulo di macerie tecnologiche in cui la gente passa il tempo in una realtà virtuale camuffata da videogioco per guadagnare e portare a casa la pagnotta.
La penna geniale di Ernest Cline (autore del romanzo - che non ho letto - su cui è basato il film) è musa per il regista di E.T., che spreme la migliore CGI possibile per portare lo spettatore in un ibrido di avatar e persone.
Il viaggio dell'eroe è quello di Wade aka Parzival (Tye Sheridan), che cerca di trovare l'easter egg nascosto nell'Oasis (il videogioco in VR di cui parlavo poco fa), in concorrenza al resto della popolazione.
Ottenere l'oggetto desiderato è come arrivare alla fine del viaggio nella fabbrica di Willy Wonka: assurdo, avvincente ma soprattutto permette di ereditare il controllo del giocone.
Tre chiavi da trovare, tre prove. Una sorta di Torneo Tremaghi che più che Tremaghi diventa Multiplayer.
Certo, i veri nerd si saranno bagnati le mutande solo a pensarlo, ma la goduria è garantita a tutti.

Ad accompagnare Wade (orfano e senza amici, ma con il piglio giusto per diventare un proto Han Solo nel terzo atto) ci sono Aech, Art3mis e i ninja Daito e Shoto. Oltre alla montagna di elementi della cultura pop, dagli anni 80 ad oggi, che è tanto di moda quanto un appiglio per Spielberg (che ne ha creato una parte).
Come Master del gioco, il creatore James Halliday (in pieno stile Steve Jobs. Quindi incompreso, visionario ma soprattutto morto) interpretato da Mark Rylence con tanta leggerezza da volergli bene.
Il controller nemico è invece nelle mani di Mr.Sorrento (più italiano di così non si può), magnate del futuro con malvagi piani per appropriarsi dell'egg e monopolizzare il gioco, quindi dell'economia, quindi della gente.

Tre cose tre

Le cose geniali da sottolineare sono tre: la prima è la continua ricorrenza al cinema classico nelle piccole citazioni (probabilmente tratte dal romanzo) che Spielberg adatta e adagia con rispetto nella trama. Parlo principalmente di Shining e di Citizen Kane, uno visuale, l'altro in sottotesto, che mi hanno fatto sorridere ed esclamare "Allora Welles è servito anche a questo!".
La seconda è l'idea di controllo del film (che per chi scrive è la base di tutto. In breve, è il punto in cui la storia ritorna in ogni scena, il messaggio velato del film). Tra avatar e realtà ci sta in mezzo uno schermo. E chi sta da una parte, quasi mai corrisponde a chi è dall'altra. 
Un'idea attuale, profonda, scomoda per il futuro.
Perché tutti abbiamo un'imperfezione da nascondere agli altri (chi un dramma famigliare, chi un'età che lo sminuirebbe, chi un'identità che non lo rappresenta, chi una voglia sul volto) e non c'è miglior modo di eliminarla se non con una maschera.
La terza è Stand on It di Springsteen. Sono un devoto del Boss. Ho ballato sul posto quando è partita.

La domanda alla fine è: vivreste nell'Oasis?
Mentre pensate alla risposta, fateci un giro nella demo.
Dura 140 minuti, ma volano via.
Sarà come tornare indietro guardando in avanti.
Sarà come capire quanto noi ci fingiamo un profilo online e viceversa.
Farà paura ma ne vale la pena.
Parola di Spielberg.


​- La realtà è l'unica cosa reale -




sabato 17 marzo 2018

TOMB RAIDER - Lara Croft in bicicletta

Sono stanco. È tutto il giorno che cammino per Milano sotto la pioggia. Prendere appunti e fare foto da solo mentre fuori l'ombrello diluvia ininterrottamente è da infami.
Odio i sopralluoghi ma quando vuoi fare cinema questo è un passaggio determinante.

L'unico modo per ricaricare le pile quando sei a due ore di viaggio da casa, è sedersi e riscaldarsi.
Per farlo ci sono due modi: o vai al bar o vai al cinema.
E dato che al bar non posso vedere Alicia Vikander, decido che é meglio il cinema.


Alicia non ho potuto incontrarla di persona (altrimenti sai come ti ribalta suo marito, il giovane Magneto, Michael Fassbender!) ma quantomeno sullo schermo.
La Warner ha puntato su di lei per il reboot si Tomb Raider e diciamo che ci azzeccato.
Si, anche se non ha le curve della Jolie.

Premessa: per godersi questo film non bisogna avere la preparazione del gameplayer sfegatato che ha sfondato il divano di casa finendo, uno ad uno, tutti i capitoli per PlayStation su Lara Croft.
Bisogna però sapere che non si va incontro a un capolavoro ma a un film pulito, accattivante, che stilisticamente ammicca al videogioco e si presenta come un blockbuster che rispetta le aspettative.

Un film a livelli

Per quanto riguarda la storia partiamo dalle basi: Lara non è la solita Lara.
È più giovane, squattrinata e soprattutto dopo sette anni non ha ancora accettato che il padre sia morto durante un "viaggio di lavoro".

Per vivere consegna cibo d'asporto in bici sfrecciando per le strade di Londra, e ogni occasione è buona per guadagnare quei soldi che, se firmasse le carte dell'eredità, avrebbe in grande quantità.
Poi, finalmente, la chiamata all'avventura (il livello 1 del gioco), cioè la ragione per cui io e gli altri sconosciuti eravamo in sala.
Livello dopo livello, la trama si snocciola tra inseguimenti e rebus, disastri e scelte ardue che mettono Lara faccia a faccia con il suo passato, la sua identità e vocazione e i segreti di un padre che ama tantissimo.
Lara non è un'eroina-principessa. Dimenticate la Wonder Woman di Gal Gadot.
Lara è una ragazza che si può incontrare in metrò. A parte il fatto che ha le fattezze della Vikander e un sacco di soldi da riscuotere.

Il mondo è ingiusto. Già. Ma andiamo avanti.

Il mondo non è solo ingiusto ma anche in pericolo. Qualcuno vuole svaligiare la tomba di una antica regina cinese per fare soldi, e chi meglio di Lara Croft per fermarlo?
Quale set migliore per ambientarlo se non un'isola abbandonata tra la Cina e la California?
E quale nemico migliore di Walton Goggins che per me sarà sempre e solo Mannix di Hateful8?
Le risposte a queste domande retoriche sono la ciccia del film.

 

Cosa resterà (di questa Lara Croft)

Senza fare spoiler, il finale parla chiaro: ce ne saranno almeno altri due di Tomb Raider.
Se il film andrà bene. Ma andrà bene.

Perché se frigge il cervello di tutti e lo immerge per bene nella salsa IndianaJones come ha fatto col mio, questo è uno dei pochi reboot che staccherà non pochi biglietti.

Un mio compagno di classe ha affermato: Lara Croft senza tette non è Lara Croft.
È vero, probabilmente ad Alicia manca il fattore J(olie) ma la giovane svedese può affidarsi a qualcosa di più di un reggiseno imbottito: un'ottima interpretazione per la quale ha lavorato sodo e preso un sacco di muscoli. Lara è una ragazza forte, moderna e si muove tra lo stereotipo e l'unico, canone del nuovo personaggio femminile figlio dei vari #timesup e #metoo che a Hollywood piace tanto da qualche mese a questa parte.
Del videogioco (e ve ne parla uno che ha provato solo TR Anniversary per pc, e non l'ha nemmeno finito) mantiene lo spirito della bambolina di gomma, indistruttibile e fortunata, che la forza di gravità sembra evitarla pur di farla vincere.

Su tutto il resto, l'esito è positivo. Non eclatante ma godibile quando sei stanco, fuori diluvia e l'unico sopralluogo che vuoi fare è quello di un'isola sperduta nel Pacifico.

domenica 25 febbraio 2018

THE SHAPE OF WATER - Il gioco del silenzio


Freddo. Caldo. Freddo. Caldo. Freddo. Caldo.
Il quasi gelo siberiano ha invaso Milano per questi giorni e non c’è cosa migliore di andare al cinema a scaldarsi gli animi. Quindi
Casa. Strada. Bus. Strada. Metro. Strada. Cinema.
Ecco spiegato tutto

Ma dentro la parola cinema ci sta un enorme racconto che è quello di The Shape of Water, in italiano La Forma dell’Acqua, il nuovo film di Guillermo del Toro plurinominato agli Oscar e vincitore di ogni tipo di concorso, anche della sagra del pesce fritto di Monterrey se fosse stato possibile.
L’hanno detto e ridetto in milioni di modi, ma sì, questo film è una specie di fiaba che si snoda attraverso una storia d’amore ai limiti della zoofilia.
Quindi, una volta usciti dalla sala, non bisogna scandalizzarsi, anche perché abbiamo convissuto per anni con La Bella e la Bestia e nessuno si è mai lamentato. Godetevi l’incanto.

Lo dico come se fosse un tema delle elementari: a me mi è piaciuto.
Anzi, mi sono piaciute due cose in particolare, che mi hanno ispirato parecchio.

Una fiaba nella Guerra Fredda

La prima è la scelta di collocare precisamente i fatti in un certo periodo storico. Per non rischiare un certo tipo di film in costume (principesse e mostri e aiutanti buffi), del Toro usa la sua tecnica rodata (vedi tutti i suoi film precedenti) di dare un tempo e uno spazio fisico realmente esistito/esistente ai personaggi. Credere a pura finzione sarà più semplice in questo modo.
Ed eccoci in America nei 60s, agli albori degli scontri tecnologici tra USA e URSS, in piena guerra fredda.
In un laboratorio viene nascosta una creatura strana, sottratta a una popolazione indigena che la venerava come un dio, a cui il colonnello Strickland e i suoi sottoposti vogliono sottoporre torture ed esperimenti. Il mostro è simile ad un enorme girino antropomorfo (il punto di riferimento è il Mostro della Laguna targato Universal), ed è chiaramente spaventato dalla violenza dei militari.
Ad umanizzare la realtà che deve affrontare, arriva l’eroina della storia: Elisa, donna timida e soprattutto muta, disprezzata da molti ma non dal suo vicino – uno squattrinato artista segretamente gay e molto stempiato – e dalla collega Zelda, donna di origini africane con problemi coniugali. La cerchia di Elisa quindi consta di due emarginati a cui si aggiunge il mostro, che grazie a lei impara a comunicare e a capire che non tutti gli uomini sono violenti.
Dopo una vita passata a pulire pavimenti e a riordinare stanze, Elisa incontra il disordine e vede che è più emozionante. Per alimentarlo escogita un piano. Non dico altro.
 

Comunicare e altri limiti 

La seconda cosa che mi ha colpito di The Shape of Water è stata la semplicità di del Toro di trattare una relazione apparentemente innaturale, da fiaba infatti, come se fosse una comune. Il più grande scoglio che ha dovuto affrontare è stato quello della comunicazione, così ha capito che nessuno dei due doveva parlare. Sono i corpi e i fatti a muovere i loro sentimenti, la diversità che li accomuna e le imperfezioni di uno (i suoi limiti fisiologici e l’impossibilità di vivere senz’acqua) e dell’altra (il limite che il suo amore incontra nelle parole che vorrebbe dire e l’impossibilità di tenerlo per sempre con sè). Intrattenere una relazione, avere un’amicizia è principalmente comunicare.
Elisa non riesce a comunicare con il vicino-artista Giles perché lui è troppo impegnato a nascondere la sua identità omosessuale dietro il successo lavorativo.
Elisa non riesce a comunicare con Zelda perché i problemi con suo marito sono tanto ingombranti da tenere banco per una scena intera in cui lei parla, parla e parla senza che la poverina possa fermarla.
Ma con il mostro Elisa può comunicare perché ambedue giocano allo stesso gioco, che da piccoli chiamiamo del silenzio e che da grandi chiamiamo solitudine.

The Shape of Water è un film sul rivelarsi.
Il dottor Hoffstetler (a cui viene affidata la cura della creatura), Giles, Elisa, il mostro e persino il cattivo, il colonnello, cercano di rivelarsi perché quello che hanno trascorso o che stanno trascorrendo ha dato loro una parte da cui schiodarsi è difficile. 
The Shape of Water è un film che ti fa capire che a volte il mostro incatenato siamo noi.
Lo diventiamo quando qualcuno ci prende come preda o come sacrificio, e lo fa perché o non ha capito cosa si voleva comunicare o non ci ha lasciato il tempo di farlo. In quanto mostro, ci sentiamo liberi quando qualcun’altro ci capisce e riesce ad amarci.
Questa è la vita, non solo una fiaba.

P.S.: notevole e divertente la citazione del primo Alien. Facile trovarla. Guardate bene il secondo atto.

- Se noi non facciamo niente, non siamo niente. -

domenica 18 febbraio 2018

BLACK PANTHER - È tempo di un eroe diverso


Dopo venti minuti, quando era chiaro che il film questione era ambientato in uno sperduto stato dell’Africa, con un protagonista ed eroe africano, circondato da una tribù guarda a caso anch’essa di chiare origini africane! -, un bambino sui dieci anni accanto a me, si gira verso il padre e gli dice ma pà questo film è pieno di negri.
Evviva.
Questo non è lo spirito giusto per affrontare Black Panther.


Perché la nuova pellicola firmata Marvel alla fine è un inno all’integrazione e all’identità di un popolo, ma non c’è speranza nel suo messaggio se la si vede solo come una storia dell’ennesimo supereroe che vuole salvare il mondo. Anche IronMan nella sua opulenza ci insegna qualcosa; anche Capitan America, nella sua forza fisica ci insegna qualcosa, così come Hulk nella sua rabbia, Doctor Strange nella sua misticità e Thor nella sua imbattibilità. Ma essendo personaggi bianchi accettiamo la lezione.
Black Panther è nero, e un ragazzino bianco chiaramente ignorante e irrispettoso non vorrà mai assimilare i valori di un personaggio che canonicamente non gli appartiene.
Ma non prendiamoci in giro: un eroe africano avrebbe creato scompiglio e fastidio cinquant’anni fa.
Benvenuti nel 2018. Abbiamo i Trump e i Salvini, abbiamo una fiumana di immigrati che periodicamente chiede aiuto verso una vita migliore, abbiamo nei nostri discorsi una bava di razzismo che ancora ci fa rabbrividire. 
E ieri avevo, dall’altro lato della poltrona, quattro ragazzi africani che a malapena parlavano italiano e che, esaltatissimi davanti al film, talvolta si chiedevano tra di loro cosa dicessero i protagonisti. 

Il film: la narrazione e il ritmo

 Nel momento in cui T’Challa sale al trono (il padre, si sa, è morto durante l’ultimo film di Cap) diventa sia Black Panther (cioè il guerriero protettore del Wakanda) sia Re di tutti i popoli che compongono il suo stato. Certamente le schermaglie interne al paese non mancano, ma è una verità scomoda a dare il via al viaggio dell’eroe, alla sua trasformazione contro un personaggio che vuole rubargli il trono.

Le dinamiche narrative si diramano in più sensi: la famiglia, che oltre comprendere la madre e la sorella (che personaggio! Sicuramente il mio preferito del film), abbraccia anche la ex del nuovo re e l’intero esercito di guerriere – si, esatto, guerriere #timesup guys -; gli affari esteri che il Wakanda ha sottovalutato da sempre nascondendosi dall’ONU e creando involontariamente un commercio illegale di vibranio; la paura di condividere la propria tradizione e cultura sedimentata nell’abitudine e nel pregiudizio; la verità della propria storia, i segreti detti a fin di bene che però prima o poi si palesano creando problemi. 
Tutto è unito dal denominatore comune di un mondo tanto tribale quanto avanzato in cui l’eredità dei padri è fondamento di ogni decisione. Ma questi padri è tempo di rottamarli per andare avanti.
A livello di eventi, nulla di spettacolare. Leggendo i manuali di scrittura si può capire ogni singolo momento del film e anche prevederlo perché l’arco di cambiamento di un eroe passa per alcuni momenti chiave e necessari all’introduzione, ma è la narrazione visuale che è da sottolineare. Black Panther narra coi colori. Suppongo che l’artbook di questo film sia qualcosa di pazzesco. 
Le ambientazioni, i trucchi, i costumi e gli inserti tecnologici sono il motore visivo di tutto. C’è ritmo e cultura nella scelta di ogni abito e di ogni set, e c’è tutto il divertimento dei reparti grafici che hanno tirato fuori un mondo inesplorato che ha permesso loro di inventarsi il futuro una volta ancora.
 

Le conseguenze di BP 

Nel mondo Marvel il Wakanda romperà le regole, porterà modernità e toglierà una serie di stereotipi dai canoni supereroisitici visti finora. In Infinity War, il prossimo film Avenger in arrivo a maggio, sarà uno dei luoghi chiave della battaglia a Thanos e doterà alcuni degli eroi a cui siamo ormai affezionati di nuove armi (basta aspettare la scena post-credit per capire qualcosa…).
In poche parole, Black Panther è un film moderno nel mondo Marvel, è un film che spacca in ogni senso (metaforico e narrativo) ed è eticamente utile per tutti quei bambini incredibilmente irrispettosi che fanno ancora differenze usando la parola razza per etichettare una persona. Basta poco per essere degli eroi: cominciamo dal non usare la parola negro in quel modo.

-Comunque io ho visto molto del Re Leone nel film. Well done Disney, well done.-

Shuri, sorella di T'Challa - LNZ (c) 2018

RIDE - Qualcosa di nuovo sotto il sole (e menomale)

Da due anni a questa parte si parla di rinascita del cinema italiano. Smetto quando voglio, Jeeg Robot, Veloce come il vento, Brutti e...