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lunedì 10 settembre 2018

RIDE - Qualcosa di nuovo sotto il sole (e menomale)


Da due anni a questa parte si parla di rinascita del cinema italiano. Smetto quando voglio, Jeeg Robot, Veloce come il vento, Brutti e cattivi. Diciamo che tra commedia e film di genere qualche titolo particolare e degno di nota si è fatto vedere nelle sale ultimamente. Alcuni continuano a spopolare nell’on demand.

Poi c’è Ride. Ride nasce dalle penne di Fabio&Fabio (autori e registi di Mine con Armie Hammer) e Marco Sani, che poi hanno seguito la regia di Jacopo Rondinelli in modo pressochè maniacale, dato che tutto quello che ci sta intorno è un’enorme macchina dei record.
20 e più punti macchina (di cui la maggior parte GoPro, che non ingombrano, ma che poi devono essere sincronizzate in montaggio) in uno spazio aperto e vario come le Alpi del Trentino che è servito come set per simulare Black Babylon, un reality show in cui dieci bikers gareggiano per vincere una cospicua somma di denaro.
E come dice la tagline del film: Ride or Die. Corri o muori. Insomma non proprio il giro d’Italia.

Max e Kyle, i due protagonisti, sono due ragazzi oltre la trentina che non hanno ancora accettato pienamente l’età adulta, nascondendola dietro alle visualizzazioni dei loro video online in cui sfidano i limiti dell’adrenalina con pazzie su due ruote e scalate ai palazzi più alti (selfie a seguire).
Max ha debiti a causa del gioco d’azzardo, mentre Kyle non riesce a dare stabilità economica alla moglie e alla figlia piccola. Contro la loro volontà vengono catapultati nel mezzo di Black Babylon ed il resto è spoiler.
Il cuore di Ride sta nell’essere un pentolone pieno di sagge citazioni ibride tra cinema e videogioco e di essere quasi un marchio in via di sviluppo: infatti la campagna marketing è iniziata già dallo scorso NapoliCon ed è sfociata in una serie di attività fittizie (promozione della bevanda presente del film, creazione di una gara di downhill simile a quella del film) che apparentemente erano scollegate da ogni cosa.

Abbandonando il grande progetto per un attimo, andiamo ad analizzare in breve la pellicola: quando si dice che un film si scrive tre volte (sceneggiatura, regia, montaggio) Ride è proprio un caso limite di questo paradigma. Scrivere una storia che appoggia sul mistero e sulla sopravvivenza, e darle vita con una quantità record di camere accese in contemporanea è pressoché un mezzo miracolo. Il miracolo si completa quando gli anni luce di girato che porti in sala montaggio cominciano a prendere forma, ritmo, colore, narrazione.
Strutturato come un videogioco, quindi in Livelli, la storia segue anche i canonici tre atti che grazie ad un montaggio ferrato e che non perde mai un accento o una svolta. Anche visivamente è un videogioco: la grafica in sovrimpressione, la quantità di informazioni sulla gara in continuo movimento e gli stacchi che permettono molteplici punti di vista spostano i personaggi in una natura digitale.

In una lunga prospettiva, Ride potrebbe essere una sorta di piccolo Star Wars italiano.
Mi spiego meglio: tutto il merchandising e la transmedialità (non è una parolaccia, giuro) che la Lucas (e ora la Disney) hanno fatto dagli anni 70, potrebbero essere la scia che quest’idea - Ride prima di essere un film è una grande idea! -seguirà nei prossimi anni. Sarebbe un’ottima sveglia per l’economia del cinema del nostro paese, che non ha ancora nulla di veramente esportabile a livello del più recente La Casa di Carta prodotta da Netflix Spagna.

Da studente di cinema, la cosa non fa che gasarmi e ispirarmi. Vedere nuovi orizzonti del cinema italiano mi fa ben pensare che non dovrò passare una parte della gavetta che mi aspetta dietro ai fogli delle fiction buoniste e generaliste che passano in prima serata (con il dovuto rispetto per chi le produce, non sono il mio obiettivo), ma che esiste anche uno squarcio di produzioni coraggiose che hanno il fiuto e la curiosità di investire in prodotti come questo.

Anche se, non dimentichiamocelo, ci vuole una grande storia.
Ride ha una grande storia, che troverà altri mille modi per venire raccontata più a fondo.

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domenica 27 maggio 2018

SOLO - A STAR WARS STORY: cronache di una produzione rattoppata

Sono andato a vedere Solo: a Star Wars Story da solo.
Fa ridere. Ma non esisteva modo più azzeccato per andarci.
Probabilmente non è uno di quei film che, quando escono in sala, voglio andare tassativamente a vedere, ma avevo due, anzi tre buone ragioni per andarci: Ron Howard alla regia, Emilia Clarke nel cast e una sana voglia di staccare il cervello per un paio d'ore e finire in una galassia lontana lontana.

Ron Howard, la garanzia vivente

Andando dritto al punto: il film complessivamente è bello. Ha dei momenti molto interessanti, capovolgimenti di trama abbastanza telefonati, gag (ma meno rispetto a quelle della nuova saga) e un ottimo aggancio al film del 1977.
Ron Howard ha preso in mano le redini di questa pellicola in un momento di pazzia generale negli studi Disney, dopo il licenziamento in tronco, per divergenze artistiche dei due registi con cui era stata decisa la sceneggiatura.
Come dice un mio insegnante nel corso di scrittura: Ron Howard non è un grande regista ma è sempre una garanzia.
Non fa film capolavoro, ma ottimi film che sicuramente rimarranno nella storia (La triologia di Langdon, Il Grinch, Rush, A Beautiful Mind...), ed è stata l'operazione che in fretta e furia ha applicato anche allo standalone dedicato al fuorilegge più famoso delle galassie cinematografiche.

Chi, cosa e come

La trama parla del giovane Han che dopo aver abbandonato l'amore della sua vita (Emilia Clarke, mica scemo) sul pianeta natio occupato dalle forze imperiali di Darth Maul, vaga per lo spazio cercando di diventare il pilota più famoso di tutti. Un tipetto ambizioso, insomma.
Ad accompagnarlo il mentore Beckett (Woody Harrelson) e l'immancabile wookie Chewbecca, che incontrerà per la prima votla proprio in questo viaggio.
Tornano vecchi personaggi già visti (Lando Calrissian interpretato da Donald Glover che di questi tempi è come il prezzemolo) e se ne introducono di nuovi (come il cattivo Dryden Vos che ha la faccia di Paul Bettany o il robot L3-37).
Proprio grazie al robot, ecco che arriva l'animo sensibile della storia: grazie alla voce femminile di
Phoebe Waller-Bridge, viene più volte toccato il tema della discriminazione robot-umani, dove se mettete donna al posto di robot e uomo al posto di umani, abbiamo un ennesimo assaggio dell'emancipazione femminile nel mondo hollywoodiano, che tra un dialogo e l'altro è stata appiccicata con la coccoina scaduta nell'82 che Lucas teneva nel cassetto.

Un titolo azzeccato

La paura intorno al film era tanta perchè nessuno avrebbe mai creduto che si potesse rimpiazzare il vecchio Harrison (Ford) nel ruolo di Han. Ma, anche grazie all'aiuto di un acting coach, Alden Ehrenreich riesce a fare suo un personaggio che poco ci azzecca con la sua enorme mascella californiana. Dice essersi divertito durante le riprese e che non poteva fare a meno di indossare gli abiti di scena anche durante le pause. Ci crediamo anche perchè se si crea divertimento sul set, ne vedremo una parte anche in sala. E così è stato.
Il titolo, che credevo fosse solo di circostanza, invece è azzeccatissimo. Il film gira intorno all'idea di solitudine e di come affligga ognuno dei personaggi. 
Non esiste una persona nel film che non abbia un'anima di fondo cinica e bara, e tutti prima o poi vengono separati da qualcosa di importante.
Ad un certo punto del film vengono aperte linee narrative che probabilmente ritorneranno in altri film, come quella tra Han e il padre che gli sceneggiatori sostengono essere basata su quella che Springsteen aveva col proprio vecchio (leggetevi Born to Run per capire meglio).

Il problema di fare standalone di un è quello di non andare ad allargare il buco narrativo (nel senso di spazio, non di lacuna) che hanno già occupato i capitoli 4,5 e 6, ed è un problema che Solo non riesce ad evitare malgrado i propositi della produzione di renderlo una storia a parte.
Con Rogue One ci erano riusciti a pieno con un film pazzesco, con questo... probabilmente le divergenze produttive non erano l'unico motivo dei ritardi di uscita.

Comunque, andatelo a vedere questo Solo. Vale la pena anche per la fotografia e le musiche - John Williams firma il tema principale -, costumi ed effetti pazzeschi, oltre che per un cast stellare che promette (e mantiene) molto.

-Non è bello morire da soli

 

lunedì 16 aprile 2018

I, TONYA - Una vita da film

Per festeggiare il nuovo anno, a fine dicembre sono andato a Londra. Penso che oer me sia stata la serata più lunga di sempre, dopo una giornata passata a camminare senza sosta da Portobello a Buckingham Palace. Una bella scampagnata per chi conosce il percorso.
Dicevo, la serata più lunga di sempre. Ma non starò qui ad annoiarvi per molto con questo aneddoto, perché quello che voglio raccontarvi è che quella volta sono andato a pattinare sul ghiaccio davanti al Museo di Storia Naturale. Non era la prima volta, già avevo provato da piccolo, ma in quel momento ho capito che pattinare è davvero difficile. Magari c'erano troppe persone. Magari sono io che ho poco equilibrio.
È stupido, lo so, ma è il solo metodo per cominciare a parlarvi di Tonya, film uscito da poco in Italia e che ha riscosso grande consenso tra la critica e i vari premi che ha ricevuto (da sottolineare l'Oscar a Allison Janey per la miglior attrice non protagonista).

Tonya - nel resto del mondo I, Tonya - è una pellicola che è tante cose ma è soprattutto una sorpresa. È una sorpresa vedere Margot Robbie in un ruolo forte e delicato che non la dipinga solo come la bambolina seducente; è una sorpresa che Sebastian Stan mi piaccia in un film (il mio odio verso Captain America lo ha inserito nella lista degli ATTORI NO); è una sorpresa trovarsi ad odiare tanto un personaggio di un film - la mamma di Tonya.
Tonya sta tra un biopic e il legal, il film sportivo e il drama. Barcolla quindi tra generi tenendosi sempre in piedi, volteggiando su una trama che permette ad ogni personaggio di orbitare intorno alla protagonista.
La stranezza stilistica che lo rende coinvolgente e veloce si concretizza come una serie di false interviste che raccontano i primi ventitré anni di vita di Tonya Harding. Ventitré anni che paiono durare più di una vita, una vita da film.
La versione dei fatti narrati é ulteriormente resa autentica dalla rottura della quarta parete e dalle parole dette guardando in camera dai personaggi. Cosa c'è di più vero di una confessione?

La ferita da invasione

La vera forza del film però sta nel ritmo del montaggio che ne fa un film a tratti poco mainstream. Le interviste giocano ad anticiparci dei fatti, commiserando le pedine sulla scacchiera che non sanno che mossa aspetta loro (McKee chiama questa tecnica ironia drammatica).
A colpire è certamente Tonya che, colpevole solamente di essere nata in un contesto redneck alla massima potenza, vede la sua carriera infrangersi a causa di due falsi alleati (il marito e la terribile madre). 
LaVona è la madre che nessuno vorrebbe avere. Rigida e austera, poco permissiva e fin troppo protettiva, è una donna facile da odiare. 
Jeff invece è un uomo incapace di amare da cui Tonya non riesce a staccarsi.
Il grande sogno della ragazza è quello di diventare una campionessa, ma la forte spinta della madre a dare il massimo glielo fa vivere come una lunga nausea. Un po' come Agassi o come la protagonista de Il cigno nero di Aronofsky.
La cosa che accomuna Tonya, Andrè e Nina è quella che il mio prof Giovanni Covini nel suo libro Le ferite dell'eroe chiama la ferita da invasione.
Siamo più o meno tutti sottoposti a quel tipo di pressione da parte dei genitori, quella in cui bisogna dare il massimo anche quando lo si dà già.
Jeff e LaVona tuttavia sanno equilibrarsi nei vari momenti, sanno darsi un limite fino a riconoscere i danni fatti.
 
Sebbene questa recensione sia racchiusa in un solo posto, è stata scritta in poco più di una settimana, dal pomeriggio dopo la visione, fino a una sera in cui riesco a concluderne il disegno e a corregerne gli errori. In questa settimana ripensare al Tonya mi ha fatto ragionare sul fatto che un personaggio come LaVona sia di una potenza incredibile e se, a distanza di qualche giorno, continua a ronzarti in testa provocando emozioni che vanno dall'odio profondo all'ammirazione (per come è scritto) è perchè è semplicemente perfetto.
Perciò, andate e odiatela tutti. Che il cinema serve a questo: a farvi emozionare.
 
 - Pensavo che essere famosa fosse divertente -
 
 
 

venerdì 30 marzo 2018

READY PLAYER ONE - Giocare col cinema

La prima cosa che ho pensato è stata "Madonna santa. Che figata".
Poi l'hype è salito e sono uscito dal cinema saltellando come un bimbo felice.
Ready Player One fa strani effetti sulla gente. O almeno su di me.

Il punto è che, come dice un mio compagno di classe (lo stesso profeta che aveva dichiarato che Lara Croft senza tette non è Lara Croft e che ci ha azzeccato ancora): Steven is back.
Lo dico con entusiasmo ma anche con il timore che dopo questo super blockbuster Spielberg possa adagiarsi sugli allori e fare qualche film mediocre (tipo gli ultimi, che sono mediocri per gli standard suoi, mica per quelli mondiali) e ritirarsi sul suo yacht nei pressi di Capri.
 
Ho deciso di vedere Ready Player One nel giorno d'uscita perché ero troppo curioso.
Chi è curioso si sa, va all'inferno. Ma io credo di essere andato nell'Oasis che è anche meglio.
Tralasciando la scorbutica signorina alla biglietteria (un ottimo guardiano della prima soglia, per chi ha masticato il manuale di scrittura di Vogler) direi che la scelta è stata azzeccata e, ripeto, soddisfacente.
Quello che ho visto fare dal vecchio Steve è stato giocare col cinema.
Giocare perché la base del film è un videogioco, col cinema perché... beh ragazzi sempre di Spielberg si parla.
Immaginate quindi di prendere il bambino che è in voi, aumentate la dose nerd che vi abita - ne basta poca, guardate me - ed entrate in un futuro distopico.

Alla ricerca dell'easter egg

Anno 2045. Dopo disastri di vario genere il mondo è un cumulo di macerie tecnologiche in cui la gente passa il tempo in una realtà virtuale camuffata da videogioco per guadagnare e portare a casa la pagnotta.
La penna geniale di Ernest Cline (autore del romanzo - che non ho letto - su cui è basato il film) è musa per il regista di E.T., che spreme la migliore CGI possibile per portare lo spettatore in un ibrido di avatar e persone.
Il viaggio dell'eroe è quello di Wade aka Parzival (Tye Sheridan), che cerca di trovare l'easter egg nascosto nell'Oasis (il videogioco in VR di cui parlavo poco fa), in concorrenza al resto della popolazione.
Ottenere l'oggetto desiderato è come arrivare alla fine del viaggio nella fabbrica di Willy Wonka: assurdo, avvincente ma soprattutto permette di ereditare il controllo del giocone.
Tre chiavi da trovare, tre prove. Una sorta di Torneo Tremaghi che più che Tremaghi diventa Multiplayer.
Certo, i veri nerd si saranno bagnati le mutande solo a pensarlo, ma la goduria è garantita a tutti.

Ad accompagnare Wade (orfano e senza amici, ma con il piglio giusto per diventare un proto Han Solo nel terzo atto) ci sono Aech, Art3mis e i ninja Daito e Shoto. Oltre alla montagna di elementi della cultura pop, dagli anni 80 ad oggi, che è tanto di moda quanto un appiglio per Spielberg (che ne ha creato una parte).
Come Master del gioco, il creatore James Halliday (in pieno stile Steve Jobs. Quindi incompreso, visionario ma soprattutto morto) interpretato da Mark Rylence con tanta leggerezza da volergli bene.
Il controller nemico è invece nelle mani di Mr.Sorrento (più italiano di così non si può), magnate del futuro con malvagi piani per appropriarsi dell'egg e monopolizzare il gioco, quindi dell'economia, quindi della gente.

Tre cose tre

Le cose geniali da sottolineare sono tre: la prima è la continua ricorrenza al cinema classico nelle piccole citazioni (probabilmente tratte dal romanzo) che Spielberg adatta e adagia con rispetto nella trama. Parlo principalmente di Shining e di Citizen Kane, uno visuale, l'altro in sottotesto, che mi hanno fatto sorridere ed esclamare "Allora Welles è servito anche a questo!".
La seconda è l'idea di controllo del film (che per chi scrive è la base di tutto. In breve, è il punto in cui la storia ritorna in ogni scena, il messaggio velato del film). Tra avatar e realtà ci sta in mezzo uno schermo. E chi sta da una parte, quasi mai corrisponde a chi è dall'altra. 
Un'idea attuale, profonda, scomoda per il futuro.
Perché tutti abbiamo un'imperfezione da nascondere agli altri (chi un dramma famigliare, chi un'età che lo sminuirebbe, chi un'identità che non lo rappresenta, chi una voglia sul volto) e non c'è miglior modo di eliminarla se non con una maschera.
La terza è Stand on It di Springsteen. Sono un devoto del Boss. Ho ballato sul posto quando è partita.

La domanda alla fine è: vivreste nell'Oasis?
Mentre pensate alla risposta, fateci un giro nella demo.
Dura 140 minuti, ma volano via.
Sarà come tornare indietro guardando in avanti.
Sarà come capire quanto noi ci fingiamo un profilo online e viceversa.
Farà paura ma ne vale la pena.
Parola di Spielberg.


​- La realtà è l'unica cosa reale -




mercoledì 21 marzo 2018

LADY BIRD - la migliore versione di sè stessi

-Voglio che tu sia la migliore versione di te stessa
-Ma se fosse questa la migliore versione?


Lo so. Di solito la citazione dal film di cui parlo la metto alla fine.
Ma per parlare di Lady Bird credo che sia meglio mettere le cose subito in chiaro.

Questa non è solo l'ennesima storia dell'adolescenza americana.
Questa è la migliore versione di una storia dell'adolescenza americana. O dell'adolescenza e basta.
Parlare di quegli anni in cui ogni decisione giusta è sbagliata per gli altri e viceversa, spesso si rivela un elenco di stereotipi oppure un elogio alla delicatezza (vedi Juno, che rimane tanto attuale quanto lo era quando è uscito anni fa).
Greta Gerwig ne parla alla sua maniera, tra la provincia e i soliti drammi di passaggio - scuola, amici, famiglia e società che non vogliono capirti finché capisci che non sei tu a permetteglielo -, decisioni importanti e scoperta di sé stessi.

Chi è Lady Bird?

La domanda Chi è Lady Bird? ha subito una risposta: è la protagonista, Christine che, in cerca della propria identità, si è creata un bizzarro alter ego o un nickname che vuole sostituire alla sua unicità. Lady Bird si candida a rappresentante d'istituto, Lady Bird vuole fare le gare di matematica anche se non è il suo forte, Lady Bird vorrebbe tanto essere amica della VIP della classe ed abitare nella casa più bella del suo paese che sente stretto.
Molti di quelli che hanno letto queste poche righe credo si siano sentiti un attimo Lady Bird.

Ma chi è invece Christine?
L'allontanamento del profilo pubblico (esatto come quello dei social) che il personaggio interpretato da Saoirse Ronan compie è tanto particolare quanto banale. Perché sì, la trama non è nulla di speciale, ma la messinscena rende il risultato autentico e rispecchiabile in molti spettatori. Non necessariamente solo nelle ex ragazzine, ma anche nei maschietti.
L'adolescenza è universale, è un momento liquido che si pone in mezzo e protegge, trasforma e dà vita a un adulto.

Anche noi siamo (stati) Lady Bird

Lady Bird è sicura di convincere tutti che Lady Bird non è una maschera o un soprannome, ma una persona vera che sa differenziarsi dalla massa pur volendo ciò che tutti vogliono: essere amati per quello che si è, nonostante l'essere sé stessi.
Quando ci svegliavamo presto per andare al liceo e passavamo le ore davanti allo specchio in attesa che il ragazzo o la ragazza nello specchio smettesse di assomigliarci, quello era sentirsi Lady Bird.
Voleva dire ingannarsi credendo di ingannare. Voleva anche dire che la versione di sé stessi che stavamo vivendo non corrispondeva alle nostre richieste e che se avessimo potuto, l'avremmo restituita a chi ce l'aveva consegnata con tanto di garanzia-anti-acne e richiesta di rimborso (quantomeno morale).

Non credo che accennerò alla trama ed il perché l'ho già fatto intendere, ma spendo due parole contro la candidatura del film a miglior sceneggiatura originale. Va bene essere #metoo, ma bisogna evitare di forzarlo. Hollywood però non bada a queste cose. Bada alla moda.

Chiusa la parentesi, se guardo alle mie spalle e vedo la mia versione non aggiornata (non per forza la migliore) che con aria spensierata pensava alle canzoni che lo raccontavano così bene e alle ragazze sul metro che davano loro vita, al timore della scelta post diploma e a tutte le paranoie che la complicavano, allora vedo anche il costume riposto sullo schienale della sedia, tolto come ogni giorno dopo la scuola.
Vedo un supereroe che per volare credeva fosse necessario il mantello, la maschera per non essere riconosciuto e lo scudo per difendersi dalla desolazione di sentirsi diverso.
È così bello però ora volare più leggeri, magari con qualche trucco del mestiere in tasca, ma con la voglia di mostrare la propria faccia, non ostentare la propria identità.

Ma queste cose, se avete capito quale tipo di strada avete scelto per il vostro futuro, le sapete di già.
Quindi vi invito a vedere Lady Bird (ancora in sala per poco) e a essere - quando riuscite - la migliore versione di voi stessi.



sabato 17 marzo 2018

TOMB RAIDER - Lara Croft in bicicletta

Sono stanco. È tutto il giorno che cammino per Milano sotto la pioggia. Prendere appunti e fare foto da solo mentre fuori l'ombrello diluvia ininterrottamente è da infami.
Odio i sopralluoghi ma quando vuoi fare cinema questo è un passaggio determinante.

L'unico modo per ricaricare le pile quando sei a due ore di viaggio da casa, è sedersi e riscaldarsi.
Per farlo ci sono due modi: o vai al bar o vai al cinema.
E dato che al bar non posso vedere Alicia Vikander, decido che é meglio il cinema.


Alicia non ho potuto incontrarla di persona (altrimenti sai come ti ribalta suo marito, il giovane Magneto, Michael Fassbender!) ma quantomeno sullo schermo.
La Warner ha puntato su di lei per il reboot si Tomb Raider e diciamo che ci azzeccato.
Si, anche se non ha le curve della Jolie.

Premessa: per godersi questo film non bisogna avere la preparazione del gameplayer sfegatato che ha sfondato il divano di casa finendo, uno ad uno, tutti i capitoli per PlayStation su Lara Croft.
Bisogna però sapere che non si va incontro a un capolavoro ma a un film pulito, accattivante, che stilisticamente ammicca al videogioco e si presenta come un blockbuster che rispetta le aspettative.

Un film a livelli

Per quanto riguarda la storia partiamo dalle basi: Lara non è la solita Lara.
È più giovane, squattrinata e soprattutto dopo sette anni non ha ancora accettato che il padre sia morto durante un "viaggio di lavoro".

Per vivere consegna cibo d'asporto in bici sfrecciando per le strade di Londra, e ogni occasione è buona per guadagnare quei soldi che, se firmasse le carte dell'eredità, avrebbe in grande quantità.
Poi, finalmente, la chiamata all'avventura (il livello 1 del gioco), cioè la ragione per cui io e gli altri sconosciuti eravamo in sala.
Livello dopo livello, la trama si snocciola tra inseguimenti e rebus, disastri e scelte ardue che mettono Lara faccia a faccia con il suo passato, la sua identità e vocazione e i segreti di un padre che ama tantissimo.
Lara non è un'eroina-principessa. Dimenticate la Wonder Woman di Gal Gadot.
Lara è una ragazza che si può incontrare in metrò. A parte il fatto che ha le fattezze della Vikander e un sacco di soldi da riscuotere.

Il mondo è ingiusto. Già. Ma andiamo avanti.

Il mondo non è solo ingiusto ma anche in pericolo. Qualcuno vuole svaligiare la tomba di una antica regina cinese per fare soldi, e chi meglio di Lara Croft per fermarlo?
Quale set migliore per ambientarlo se non un'isola abbandonata tra la Cina e la California?
E quale nemico migliore di Walton Goggins che per me sarà sempre e solo Mannix di Hateful8?
Le risposte a queste domande retoriche sono la ciccia del film.

 

Cosa resterà (di questa Lara Croft)

Senza fare spoiler, il finale parla chiaro: ce ne saranno almeno altri due di Tomb Raider.
Se il film andrà bene. Ma andrà bene.

Perché se frigge il cervello di tutti e lo immerge per bene nella salsa IndianaJones come ha fatto col mio, questo è uno dei pochi reboot che staccherà non pochi biglietti.

Un mio compagno di classe ha affermato: Lara Croft senza tette non è Lara Croft.
È vero, probabilmente ad Alicia manca il fattore J(olie) ma la giovane svedese può affidarsi a qualcosa di più di un reggiseno imbottito: un'ottima interpretazione per la quale ha lavorato sodo e preso un sacco di muscoli. Lara è una ragazza forte, moderna e si muove tra lo stereotipo e l'unico, canone del nuovo personaggio femminile figlio dei vari #timesup e #metoo che a Hollywood piace tanto da qualche mese a questa parte.
Del videogioco (e ve ne parla uno che ha provato solo TR Anniversary per pc, e non l'ha nemmeno finito) mantiene lo spirito della bambolina di gomma, indistruttibile e fortunata, che la forza di gravità sembra evitarla pur di farla vincere.

Su tutto il resto, l'esito è positivo. Non eclatante ma godibile quando sei stanco, fuori diluvia e l'unico sopralluogo che vuoi fare è quello di un'isola sperduta nel Pacifico.

domenica 25 febbraio 2018

THE SHAPE OF WATER - Il gioco del silenzio


Freddo. Caldo. Freddo. Caldo. Freddo. Caldo.
Il quasi gelo siberiano ha invaso Milano per questi giorni e non c’è cosa migliore di andare al cinema a scaldarsi gli animi. Quindi
Casa. Strada. Bus. Strada. Metro. Strada. Cinema.
Ecco spiegato tutto

Ma dentro la parola cinema ci sta un enorme racconto che è quello di The Shape of Water, in italiano La Forma dell’Acqua, il nuovo film di Guillermo del Toro plurinominato agli Oscar e vincitore di ogni tipo di concorso, anche della sagra del pesce fritto di Monterrey se fosse stato possibile.
L’hanno detto e ridetto in milioni di modi, ma sì, questo film è una specie di fiaba che si snoda attraverso una storia d’amore ai limiti della zoofilia.
Quindi, una volta usciti dalla sala, non bisogna scandalizzarsi, anche perché abbiamo convissuto per anni con La Bella e la Bestia e nessuno si è mai lamentato. Godetevi l’incanto.

Lo dico come se fosse un tema delle elementari: a me mi è piaciuto.
Anzi, mi sono piaciute due cose in particolare, che mi hanno ispirato parecchio.

Una fiaba nella Guerra Fredda

La prima è la scelta di collocare precisamente i fatti in un certo periodo storico. Per non rischiare un certo tipo di film in costume (principesse e mostri e aiutanti buffi), del Toro usa la sua tecnica rodata (vedi tutti i suoi film precedenti) di dare un tempo e uno spazio fisico realmente esistito/esistente ai personaggi. Credere a pura finzione sarà più semplice in questo modo.
Ed eccoci in America nei 60s, agli albori degli scontri tecnologici tra USA e URSS, in piena guerra fredda.
In un laboratorio viene nascosta una creatura strana, sottratta a una popolazione indigena che la venerava come un dio, a cui il colonnello Strickland e i suoi sottoposti vogliono sottoporre torture ed esperimenti. Il mostro è simile ad un enorme girino antropomorfo (il punto di riferimento è il Mostro della Laguna targato Universal), ed è chiaramente spaventato dalla violenza dei militari.
Ad umanizzare la realtà che deve affrontare, arriva l’eroina della storia: Elisa, donna timida e soprattutto muta, disprezzata da molti ma non dal suo vicino – uno squattrinato artista segretamente gay e molto stempiato – e dalla collega Zelda, donna di origini africane con problemi coniugali. La cerchia di Elisa quindi consta di due emarginati a cui si aggiunge il mostro, che grazie a lei impara a comunicare e a capire che non tutti gli uomini sono violenti.
Dopo una vita passata a pulire pavimenti e a riordinare stanze, Elisa incontra il disordine e vede che è più emozionante. Per alimentarlo escogita un piano. Non dico altro.
 

Comunicare e altri limiti 

La seconda cosa che mi ha colpito di The Shape of Water è stata la semplicità di del Toro di trattare una relazione apparentemente innaturale, da fiaba infatti, come se fosse una comune. Il più grande scoglio che ha dovuto affrontare è stato quello della comunicazione, così ha capito che nessuno dei due doveva parlare. Sono i corpi e i fatti a muovere i loro sentimenti, la diversità che li accomuna e le imperfezioni di uno (i suoi limiti fisiologici e l’impossibilità di vivere senz’acqua) e dell’altra (il limite che il suo amore incontra nelle parole che vorrebbe dire e l’impossibilità di tenerlo per sempre con sè). Intrattenere una relazione, avere un’amicizia è principalmente comunicare.
Elisa non riesce a comunicare con il vicino-artista Giles perché lui è troppo impegnato a nascondere la sua identità omosessuale dietro il successo lavorativo.
Elisa non riesce a comunicare con Zelda perché i problemi con suo marito sono tanto ingombranti da tenere banco per una scena intera in cui lei parla, parla e parla senza che la poverina possa fermarla.
Ma con il mostro Elisa può comunicare perché ambedue giocano allo stesso gioco, che da piccoli chiamiamo del silenzio e che da grandi chiamiamo solitudine.

The Shape of Water è un film sul rivelarsi.
Il dottor Hoffstetler (a cui viene affidata la cura della creatura), Giles, Elisa, il mostro e persino il cattivo, il colonnello, cercano di rivelarsi perché quello che hanno trascorso o che stanno trascorrendo ha dato loro una parte da cui schiodarsi è difficile. 
The Shape of Water è un film che ti fa capire che a volte il mostro incatenato siamo noi.
Lo diventiamo quando qualcuno ci prende come preda o come sacrificio, e lo fa perché o non ha capito cosa si voleva comunicare o non ci ha lasciato il tempo di farlo. In quanto mostro, ci sentiamo liberi quando qualcun’altro ci capisce e riesce ad amarci.
Questa è la vita, non solo una fiaba.

P.S.: notevole e divertente la citazione del primo Alien. Facile trovarla. Guardate bene il secondo atto.

- Se noi non facciamo niente, non siamo niente. -

domenica 18 febbraio 2018

BLACK PANTHER - È tempo di un eroe diverso


Dopo venti minuti, quando era chiaro che il film questione era ambientato in uno sperduto stato dell’Africa, con un protagonista ed eroe africano, circondato da una tribù guarda a caso anch’essa di chiare origini africane! -, un bambino sui dieci anni accanto a me, si gira verso il padre e gli dice ma pà questo film è pieno di negri.
Evviva.
Questo non è lo spirito giusto per affrontare Black Panther.


Perché la nuova pellicola firmata Marvel alla fine è un inno all’integrazione e all’identità di un popolo, ma non c’è speranza nel suo messaggio se la si vede solo come una storia dell’ennesimo supereroe che vuole salvare il mondo. Anche IronMan nella sua opulenza ci insegna qualcosa; anche Capitan America, nella sua forza fisica ci insegna qualcosa, così come Hulk nella sua rabbia, Doctor Strange nella sua misticità e Thor nella sua imbattibilità. Ma essendo personaggi bianchi accettiamo la lezione.
Black Panther è nero, e un ragazzino bianco chiaramente ignorante e irrispettoso non vorrà mai assimilare i valori di un personaggio che canonicamente non gli appartiene.
Ma non prendiamoci in giro: un eroe africano avrebbe creato scompiglio e fastidio cinquant’anni fa.
Benvenuti nel 2018. Abbiamo i Trump e i Salvini, abbiamo una fiumana di immigrati che periodicamente chiede aiuto verso una vita migliore, abbiamo nei nostri discorsi una bava di razzismo che ancora ci fa rabbrividire. 
E ieri avevo, dall’altro lato della poltrona, quattro ragazzi africani che a malapena parlavano italiano e che, esaltatissimi davanti al film, talvolta si chiedevano tra di loro cosa dicessero i protagonisti. 

Il film: la narrazione e il ritmo

 Nel momento in cui T’Challa sale al trono (il padre, si sa, è morto durante l’ultimo film di Cap) diventa sia Black Panther (cioè il guerriero protettore del Wakanda) sia Re di tutti i popoli che compongono il suo stato. Certamente le schermaglie interne al paese non mancano, ma è una verità scomoda a dare il via al viaggio dell’eroe, alla sua trasformazione contro un personaggio che vuole rubargli il trono.

Le dinamiche narrative si diramano in più sensi: la famiglia, che oltre comprendere la madre e la sorella (che personaggio! Sicuramente il mio preferito del film), abbraccia anche la ex del nuovo re e l’intero esercito di guerriere – si, esatto, guerriere #timesup guys -; gli affari esteri che il Wakanda ha sottovalutato da sempre nascondendosi dall’ONU e creando involontariamente un commercio illegale di vibranio; la paura di condividere la propria tradizione e cultura sedimentata nell’abitudine e nel pregiudizio; la verità della propria storia, i segreti detti a fin di bene che però prima o poi si palesano creando problemi. 
Tutto è unito dal denominatore comune di un mondo tanto tribale quanto avanzato in cui l’eredità dei padri è fondamento di ogni decisione. Ma questi padri è tempo di rottamarli per andare avanti.
A livello di eventi, nulla di spettacolare. Leggendo i manuali di scrittura si può capire ogni singolo momento del film e anche prevederlo perché l’arco di cambiamento di un eroe passa per alcuni momenti chiave e necessari all’introduzione, ma è la narrazione visuale che è da sottolineare. Black Panther narra coi colori. Suppongo che l’artbook di questo film sia qualcosa di pazzesco. 
Le ambientazioni, i trucchi, i costumi e gli inserti tecnologici sono il motore visivo di tutto. C’è ritmo e cultura nella scelta di ogni abito e di ogni set, e c’è tutto il divertimento dei reparti grafici che hanno tirato fuori un mondo inesplorato che ha permesso loro di inventarsi il futuro una volta ancora.
 

Le conseguenze di BP 

Nel mondo Marvel il Wakanda romperà le regole, porterà modernità e toglierà una serie di stereotipi dai canoni supereroisitici visti finora. In Infinity War, il prossimo film Avenger in arrivo a maggio, sarà uno dei luoghi chiave della battaglia a Thanos e doterà alcuni degli eroi a cui siamo ormai affezionati di nuove armi (basta aspettare la scena post-credit per capire qualcosa…).
In poche parole, Black Panther è un film moderno nel mondo Marvel, è un film che spacca in ogni senso (metaforico e narrativo) ed è eticamente utile per tutti quei bambini incredibilmente irrispettosi che fanno ancora differenze usando la parola razza per etichettare una persona. Basta poco per essere degli eroi: cominciamo dal non usare la parola negro in quel modo.

-Comunque io ho visto molto del Re Leone nel film. Well done Disney, well done.-

Shuri, sorella di T'Challa - LNZ (c) 2018

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