Visualizzazione post con etichetta art. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta art. Mostra tutti i post

lunedì 16 aprile 2018

I, TONYA - Una vita da film

Per festeggiare il nuovo anno, a fine dicembre sono andato a Londra. Penso che oer me sia stata la serata più lunga di sempre, dopo una giornata passata a camminare senza sosta da Portobello a Buckingham Palace. Una bella scampagnata per chi conosce il percorso.
Dicevo, la serata più lunga di sempre. Ma non starò qui ad annoiarvi per molto con questo aneddoto, perché quello che voglio raccontarvi è che quella volta sono andato a pattinare sul ghiaccio davanti al Museo di Storia Naturale. Non era la prima volta, già avevo provato da piccolo, ma in quel momento ho capito che pattinare è davvero difficile. Magari c'erano troppe persone. Magari sono io che ho poco equilibrio.
È stupido, lo so, ma è il solo metodo per cominciare a parlarvi di Tonya, film uscito da poco in Italia e che ha riscosso grande consenso tra la critica e i vari premi che ha ricevuto (da sottolineare l'Oscar a Allison Janey per la miglior attrice non protagonista).

Tonya - nel resto del mondo I, Tonya - è una pellicola che è tante cose ma è soprattutto una sorpresa. È una sorpresa vedere Margot Robbie in un ruolo forte e delicato che non la dipinga solo come la bambolina seducente; è una sorpresa che Sebastian Stan mi piaccia in un film (il mio odio verso Captain America lo ha inserito nella lista degli ATTORI NO); è una sorpresa trovarsi ad odiare tanto un personaggio di un film - la mamma di Tonya.
Tonya sta tra un biopic e il legal, il film sportivo e il drama. Barcolla quindi tra generi tenendosi sempre in piedi, volteggiando su una trama che permette ad ogni personaggio di orbitare intorno alla protagonista.
La stranezza stilistica che lo rende coinvolgente e veloce si concretizza come una serie di false interviste che raccontano i primi ventitré anni di vita di Tonya Harding. Ventitré anni che paiono durare più di una vita, una vita da film.
La versione dei fatti narrati é ulteriormente resa autentica dalla rottura della quarta parete e dalle parole dette guardando in camera dai personaggi. Cosa c'è di più vero di una confessione?

La ferita da invasione

La vera forza del film però sta nel ritmo del montaggio che ne fa un film a tratti poco mainstream. Le interviste giocano ad anticiparci dei fatti, commiserando le pedine sulla scacchiera che non sanno che mossa aspetta loro (McKee chiama questa tecnica ironia drammatica).
A colpire è certamente Tonya che, colpevole solamente di essere nata in un contesto redneck alla massima potenza, vede la sua carriera infrangersi a causa di due falsi alleati (il marito e la terribile madre). 
LaVona è la madre che nessuno vorrebbe avere. Rigida e austera, poco permissiva e fin troppo protettiva, è una donna facile da odiare. 
Jeff invece è un uomo incapace di amare da cui Tonya non riesce a staccarsi.
Il grande sogno della ragazza è quello di diventare una campionessa, ma la forte spinta della madre a dare il massimo glielo fa vivere come una lunga nausea. Un po' come Agassi o come la protagonista de Il cigno nero di Aronofsky.
La cosa che accomuna Tonya, Andrè e Nina è quella che il mio prof Giovanni Covini nel suo libro Le ferite dell'eroe chiama la ferita da invasione.
Siamo più o meno tutti sottoposti a quel tipo di pressione da parte dei genitori, quella in cui bisogna dare il massimo anche quando lo si dà già.
Jeff e LaVona tuttavia sanno equilibrarsi nei vari momenti, sanno darsi un limite fino a riconoscere i danni fatti.
 
Sebbene questa recensione sia racchiusa in un solo posto, è stata scritta in poco più di una settimana, dal pomeriggio dopo la visione, fino a una sera in cui riesco a concluderne il disegno e a corregerne gli errori. In questa settimana ripensare al Tonya mi ha fatto ragionare sul fatto che un personaggio come LaVona sia di una potenza incredibile e se, a distanza di qualche giorno, continua a ronzarti in testa provocando emozioni che vanno dall'odio profondo all'ammirazione (per come è scritto) è perchè è semplicemente perfetto.
Perciò, andate e odiatela tutti. Che il cinema serve a questo: a farvi emozionare.
 
 - Pensavo che essere famosa fosse divertente -
 
 
 

venerdì 30 marzo 2018

READY PLAYER ONE - Giocare col cinema

La prima cosa che ho pensato è stata "Madonna santa. Che figata".
Poi l'hype è salito e sono uscito dal cinema saltellando come un bimbo felice.
Ready Player One fa strani effetti sulla gente. O almeno su di me.

Il punto è che, come dice un mio compagno di classe (lo stesso profeta che aveva dichiarato che Lara Croft senza tette non è Lara Croft e che ci ha azzeccato ancora): Steven is back.
Lo dico con entusiasmo ma anche con il timore che dopo questo super blockbuster Spielberg possa adagiarsi sugli allori e fare qualche film mediocre (tipo gli ultimi, che sono mediocri per gli standard suoi, mica per quelli mondiali) e ritirarsi sul suo yacht nei pressi di Capri.
 
Ho deciso di vedere Ready Player One nel giorno d'uscita perché ero troppo curioso.
Chi è curioso si sa, va all'inferno. Ma io credo di essere andato nell'Oasis che è anche meglio.
Tralasciando la scorbutica signorina alla biglietteria (un ottimo guardiano della prima soglia, per chi ha masticato il manuale di scrittura di Vogler) direi che la scelta è stata azzeccata e, ripeto, soddisfacente.
Quello che ho visto fare dal vecchio Steve è stato giocare col cinema.
Giocare perché la base del film è un videogioco, col cinema perché... beh ragazzi sempre di Spielberg si parla.
Immaginate quindi di prendere il bambino che è in voi, aumentate la dose nerd che vi abita - ne basta poca, guardate me - ed entrate in un futuro distopico.

Alla ricerca dell'easter egg

Anno 2045. Dopo disastri di vario genere il mondo è un cumulo di macerie tecnologiche in cui la gente passa il tempo in una realtà virtuale camuffata da videogioco per guadagnare e portare a casa la pagnotta.
La penna geniale di Ernest Cline (autore del romanzo - che non ho letto - su cui è basato il film) è musa per il regista di E.T., che spreme la migliore CGI possibile per portare lo spettatore in un ibrido di avatar e persone.
Il viaggio dell'eroe è quello di Wade aka Parzival (Tye Sheridan), che cerca di trovare l'easter egg nascosto nell'Oasis (il videogioco in VR di cui parlavo poco fa), in concorrenza al resto della popolazione.
Ottenere l'oggetto desiderato è come arrivare alla fine del viaggio nella fabbrica di Willy Wonka: assurdo, avvincente ma soprattutto permette di ereditare il controllo del giocone.
Tre chiavi da trovare, tre prove. Una sorta di Torneo Tremaghi che più che Tremaghi diventa Multiplayer.
Certo, i veri nerd si saranno bagnati le mutande solo a pensarlo, ma la goduria è garantita a tutti.

Ad accompagnare Wade (orfano e senza amici, ma con il piglio giusto per diventare un proto Han Solo nel terzo atto) ci sono Aech, Art3mis e i ninja Daito e Shoto. Oltre alla montagna di elementi della cultura pop, dagli anni 80 ad oggi, che è tanto di moda quanto un appiglio per Spielberg (che ne ha creato una parte).
Come Master del gioco, il creatore James Halliday (in pieno stile Steve Jobs. Quindi incompreso, visionario ma soprattutto morto) interpretato da Mark Rylence con tanta leggerezza da volergli bene.
Il controller nemico è invece nelle mani di Mr.Sorrento (più italiano di così non si può), magnate del futuro con malvagi piani per appropriarsi dell'egg e monopolizzare il gioco, quindi dell'economia, quindi della gente.

Tre cose tre

Le cose geniali da sottolineare sono tre: la prima è la continua ricorrenza al cinema classico nelle piccole citazioni (probabilmente tratte dal romanzo) che Spielberg adatta e adagia con rispetto nella trama. Parlo principalmente di Shining e di Citizen Kane, uno visuale, l'altro in sottotesto, che mi hanno fatto sorridere ed esclamare "Allora Welles è servito anche a questo!".
La seconda è l'idea di controllo del film (che per chi scrive è la base di tutto. In breve, è il punto in cui la storia ritorna in ogni scena, il messaggio velato del film). Tra avatar e realtà ci sta in mezzo uno schermo. E chi sta da una parte, quasi mai corrisponde a chi è dall'altra. 
Un'idea attuale, profonda, scomoda per il futuro.
Perché tutti abbiamo un'imperfezione da nascondere agli altri (chi un dramma famigliare, chi un'età che lo sminuirebbe, chi un'identità che non lo rappresenta, chi una voglia sul volto) e non c'è miglior modo di eliminarla se non con una maschera.
La terza è Stand on It di Springsteen. Sono un devoto del Boss. Ho ballato sul posto quando è partita.

La domanda alla fine è: vivreste nell'Oasis?
Mentre pensate alla risposta, fateci un giro nella demo.
Dura 140 minuti, ma volano via.
Sarà come tornare indietro guardando in avanti.
Sarà come capire quanto noi ci fingiamo un profilo online e viceversa.
Farà paura ma ne vale la pena.
Parola di Spielberg.


​- La realtà è l'unica cosa reale -




mercoledì 21 marzo 2018

LADY BIRD - la migliore versione di sè stessi

-Voglio che tu sia la migliore versione di te stessa
-Ma se fosse questa la migliore versione?


Lo so. Di solito la citazione dal film di cui parlo la metto alla fine.
Ma per parlare di Lady Bird credo che sia meglio mettere le cose subito in chiaro.

Questa non è solo l'ennesima storia dell'adolescenza americana.
Questa è la migliore versione di una storia dell'adolescenza americana. O dell'adolescenza e basta.
Parlare di quegli anni in cui ogni decisione giusta è sbagliata per gli altri e viceversa, spesso si rivela un elenco di stereotipi oppure un elogio alla delicatezza (vedi Juno, che rimane tanto attuale quanto lo era quando è uscito anni fa).
Greta Gerwig ne parla alla sua maniera, tra la provincia e i soliti drammi di passaggio - scuola, amici, famiglia e società che non vogliono capirti finché capisci che non sei tu a permetteglielo -, decisioni importanti e scoperta di sé stessi.

Chi è Lady Bird?

La domanda Chi è Lady Bird? ha subito una risposta: è la protagonista, Christine che, in cerca della propria identità, si è creata un bizzarro alter ego o un nickname che vuole sostituire alla sua unicità. Lady Bird si candida a rappresentante d'istituto, Lady Bird vuole fare le gare di matematica anche se non è il suo forte, Lady Bird vorrebbe tanto essere amica della VIP della classe ed abitare nella casa più bella del suo paese che sente stretto.
Molti di quelli che hanno letto queste poche righe credo si siano sentiti un attimo Lady Bird.

Ma chi è invece Christine?
L'allontanamento del profilo pubblico (esatto come quello dei social) che il personaggio interpretato da Saoirse Ronan compie è tanto particolare quanto banale. Perché sì, la trama non è nulla di speciale, ma la messinscena rende il risultato autentico e rispecchiabile in molti spettatori. Non necessariamente solo nelle ex ragazzine, ma anche nei maschietti.
L'adolescenza è universale, è un momento liquido che si pone in mezzo e protegge, trasforma e dà vita a un adulto.

Anche noi siamo (stati) Lady Bird

Lady Bird è sicura di convincere tutti che Lady Bird non è una maschera o un soprannome, ma una persona vera che sa differenziarsi dalla massa pur volendo ciò che tutti vogliono: essere amati per quello che si è, nonostante l'essere sé stessi.
Quando ci svegliavamo presto per andare al liceo e passavamo le ore davanti allo specchio in attesa che il ragazzo o la ragazza nello specchio smettesse di assomigliarci, quello era sentirsi Lady Bird.
Voleva dire ingannarsi credendo di ingannare. Voleva anche dire che la versione di sé stessi che stavamo vivendo non corrispondeva alle nostre richieste e che se avessimo potuto, l'avremmo restituita a chi ce l'aveva consegnata con tanto di garanzia-anti-acne e richiesta di rimborso (quantomeno morale).

Non credo che accennerò alla trama ed il perché l'ho già fatto intendere, ma spendo due parole contro la candidatura del film a miglior sceneggiatura originale. Va bene essere #metoo, ma bisogna evitare di forzarlo. Hollywood però non bada a queste cose. Bada alla moda.

Chiusa la parentesi, se guardo alle mie spalle e vedo la mia versione non aggiornata (non per forza la migliore) che con aria spensierata pensava alle canzoni che lo raccontavano così bene e alle ragazze sul metro che davano loro vita, al timore della scelta post diploma e a tutte le paranoie che la complicavano, allora vedo anche il costume riposto sullo schienale della sedia, tolto come ogni giorno dopo la scuola.
Vedo un supereroe che per volare credeva fosse necessario il mantello, la maschera per non essere riconosciuto e lo scudo per difendersi dalla desolazione di sentirsi diverso.
È così bello però ora volare più leggeri, magari con qualche trucco del mestiere in tasca, ma con la voglia di mostrare la propria faccia, non ostentare la propria identità.

Ma queste cose, se avete capito quale tipo di strada avete scelto per il vostro futuro, le sapete di già.
Quindi vi invito a vedere Lady Bird (ancora in sala per poco) e a essere - quando riuscite - la migliore versione di voi stessi.



sabato 17 marzo 2018

TOMB RAIDER - Lara Croft in bicicletta

Sono stanco. È tutto il giorno che cammino per Milano sotto la pioggia. Prendere appunti e fare foto da solo mentre fuori l'ombrello diluvia ininterrottamente è da infami.
Odio i sopralluoghi ma quando vuoi fare cinema questo è un passaggio determinante.

L'unico modo per ricaricare le pile quando sei a due ore di viaggio da casa, è sedersi e riscaldarsi.
Per farlo ci sono due modi: o vai al bar o vai al cinema.
E dato che al bar non posso vedere Alicia Vikander, decido che é meglio il cinema.


Alicia non ho potuto incontrarla di persona (altrimenti sai come ti ribalta suo marito, il giovane Magneto, Michael Fassbender!) ma quantomeno sullo schermo.
La Warner ha puntato su di lei per il reboot si Tomb Raider e diciamo che ci azzeccato.
Si, anche se non ha le curve della Jolie.

Premessa: per godersi questo film non bisogna avere la preparazione del gameplayer sfegatato che ha sfondato il divano di casa finendo, uno ad uno, tutti i capitoli per PlayStation su Lara Croft.
Bisogna però sapere che non si va incontro a un capolavoro ma a un film pulito, accattivante, che stilisticamente ammicca al videogioco e si presenta come un blockbuster che rispetta le aspettative.

Un film a livelli

Per quanto riguarda la storia partiamo dalle basi: Lara non è la solita Lara.
È più giovane, squattrinata e soprattutto dopo sette anni non ha ancora accettato che il padre sia morto durante un "viaggio di lavoro".

Per vivere consegna cibo d'asporto in bici sfrecciando per le strade di Londra, e ogni occasione è buona per guadagnare quei soldi che, se firmasse le carte dell'eredità, avrebbe in grande quantità.
Poi, finalmente, la chiamata all'avventura (il livello 1 del gioco), cioè la ragione per cui io e gli altri sconosciuti eravamo in sala.
Livello dopo livello, la trama si snocciola tra inseguimenti e rebus, disastri e scelte ardue che mettono Lara faccia a faccia con il suo passato, la sua identità e vocazione e i segreti di un padre che ama tantissimo.
Lara non è un'eroina-principessa. Dimenticate la Wonder Woman di Gal Gadot.
Lara è una ragazza che si può incontrare in metrò. A parte il fatto che ha le fattezze della Vikander e un sacco di soldi da riscuotere.

Il mondo è ingiusto. Già. Ma andiamo avanti.

Il mondo non è solo ingiusto ma anche in pericolo. Qualcuno vuole svaligiare la tomba di una antica regina cinese per fare soldi, e chi meglio di Lara Croft per fermarlo?
Quale set migliore per ambientarlo se non un'isola abbandonata tra la Cina e la California?
E quale nemico migliore di Walton Goggins che per me sarà sempre e solo Mannix di Hateful8?
Le risposte a queste domande retoriche sono la ciccia del film.

 

Cosa resterà (di questa Lara Croft)

Senza fare spoiler, il finale parla chiaro: ce ne saranno almeno altri due di Tomb Raider.
Se il film andrà bene. Ma andrà bene.

Perché se frigge il cervello di tutti e lo immerge per bene nella salsa IndianaJones come ha fatto col mio, questo è uno dei pochi reboot che staccherà non pochi biglietti.

Un mio compagno di classe ha affermato: Lara Croft senza tette non è Lara Croft.
È vero, probabilmente ad Alicia manca il fattore J(olie) ma la giovane svedese può affidarsi a qualcosa di più di un reggiseno imbottito: un'ottima interpretazione per la quale ha lavorato sodo e preso un sacco di muscoli. Lara è una ragazza forte, moderna e si muove tra lo stereotipo e l'unico, canone del nuovo personaggio femminile figlio dei vari #timesup e #metoo che a Hollywood piace tanto da qualche mese a questa parte.
Del videogioco (e ve ne parla uno che ha provato solo TR Anniversary per pc, e non l'ha nemmeno finito) mantiene lo spirito della bambolina di gomma, indistruttibile e fortunata, che la forza di gravità sembra evitarla pur di farla vincere.

Su tutto il resto, l'esito è positivo. Non eclatante ma godibile quando sei stanco, fuori diluvia e l'unico sopralluogo che vuoi fare è quello di un'isola sperduta nel Pacifico.

domenica 18 febbraio 2018

BLACK PANTHER - È tempo di un eroe diverso


Dopo venti minuti, quando era chiaro che il film questione era ambientato in uno sperduto stato dell’Africa, con un protagonista ed eroe africano, circondato da una tribù guarda a caso anch’essa di chiare origini africane! -, un bambino sui dieci anni accanto a me, si gira verso il padre e gli dice ma pà questo film è pieno di negri.
Evviva.
Questo non è lo spirito giusto per affrontare Black Panther.


Perché la nuova pellicola firmata Marvel alla fine è un inno all’integrazione e all’identità di un popolo, ma non c’è speranza nel suo messaggio se la si vede solo come una storia dell’ennesimo supereroe che vuole salvare il mondo. Anche IronMan nella sua opulenza ci insegna qualcosa; anche Capitan America, nella sua forza fisica ci insegna qualcosa, così come Hulk nella sua rabbia, Doctor Strange nella sua misticità e Thor nella sua imbattibilità. Ma essendo personaggi bianchi accettiamo la lezione.
Black Panther è nero, e un ragazzino bianco chiaramente ignorante e irrispettoso non vorrà mai assimilare i valori di un personaggio che canonicamente non gli appartiene.
Ma non prendiamoci in giro: un eroe africano avrebbe creato scompiglio e fastidio cinquant’anni fa.
Benvenuti nel 2018. Abbiamo i Trump e i Salvini, abbiamo una fiumana di immigrati che periodicamente chiede aiuto verso una vita migliore, abbiamo nei nostri discorsi una bava di razzismo che ancora ci fa rabbrividire. 
E ieri avevo, dall’altro lato della poltrona, quattro ragazzi africani che a malapena parlavano italiano e che, esaltatissimi davanti al film, talvolta si chiedevano tra di loro cosa dicessero i protagonisti. 

Il film: la narrazione e il ritmo

 Nel momento in cui T’Challa sale al trono (il padre, si sa, è morto durante l’ultimo film di Cap) diventa sia Black Panther (cioè il guerriero protettore del Wakanda) sia Re di tutti i popoli che compongono il suo stato. Certamente le schermaglie interne al paese non mancano, ma è una verità scomoda a dare il via al viaggio dell’eroe, alla sua trasformazione contro un personaggio che vuole rubargli il trono.

Le dinamiche narrative si diramano in più sensi: la famiglia, che oltre comprendere la madre e la sorella (che personaggio! Sicuramente il mio preferito del film), abbraccia anche la ex del nuovo re e l’intero esercito di guerriere – si, esatto, guerriere #timesup guys -; gli affari esteri che il Wakanda ha sottovalutato da sempre nascondendosi dall’ONU e creando involontariamente un commercio illegale di vibranio; la paura di condividere la propria tradizione e cultura sedimentata nell’abitudine e nel pregiudizio; la verità della propria storia, i segreti detti a fin di bene che però prima o poi si palesano creando problemi. 
Tutto è unito dal denominatore comune di un mondo tanto tribale quanto avanzato in cui l’eredità dei padri è fondamento di ogni decisione. Ma questi padri è tempo di rottamarli per andare avanti.
A livello di eventi, nulla di spettacolare. Leggendo i manuali di scrittura si può capire ogni singolo momento del film e anche prevederlo perché l’arco di cambiamento di un eroe passa per alcuni momenti chiave e necessari all’introduzione, ma è la narrazione visuale che è da sottolineare. Black Panther narra coi colori. Suppongo che l’artbook di questo film sia qualcosa di pazzesco. 
Le ambientazioni, i trucchi, i costumi e gli inserti tecnologici sono il motore visivo di tutto. C’è ritmo e cultura nella scelta di ogni abito e di ogni set, e c’è tutto il divertimento dei reparti grafici che hanno tirato fuori un mondo inesplorato che ha permesso loro di inventarsi il futuro una volta ancora.
 

Le conseguenze di BP 

Nel mondo Marvel il Wakanda romperà le regole, porterà modernità e toglierà una serie di stereotipi dai canoni supereroisitici visti finora. In Infinity War, il prossimo film Avenger in arrivo a maggio, sarà uno dei luoghi chiave della battaglia a Thanos e doterà alcuni degli eroi a cui siamo ormai affezionati di nuove armi (basta aspettare la scena post-credit per capire qualcosa…).
In poche parole, Black Panther è un film moderno nel mondo Marvel, è un film che spacca in ogni senso (metaforico e narrativo) ed è eticamente utile per tutti quei bambini incredibilmente irrispettosi che fanno ancora differenze usando la parola razza per etichettare una persona. Basta poco per essere degli eroi: cominciamo dal non usare la parola negro in quel modo.

-Comunque io ho visto molto del Re Leone nel film. Well done Disney, well done.-

Shuri, sorella di T'Challa - LNZ (c) 2018

lunedì 16 ottobre 2017

QUASI DA ADULTI - Poesia Autunnale


Quindi io ti credo
per il modo in cui mi parli
e rido di nascosto
poiché è così bello far con te
discorsi quasi da adulti.


Le parole migliori alla fine
sono quelle che eviti di dire
per tenerle in un luogo sacro
e scolpirle a fatica
sulla corazza che hai creato
per difenderti.

Dal bisbigliarsi segreti dietro ai banchi
al trovarsi a parlare per lontananza
ci sono la necessità di un abbraccio
le lezioni di Kant che non dimentichi
tutte le volte che ci siamo trovati ad essere sempre troppo piccoli.

I sogni di cui ci priviamo
sono troppo grandi ed arroganti
ma sarà comodo trovarli per strada
quando le tasche saranno vuote
i sorrisi spenti
e la rabbia tanta che
non basterà cercare di entrare nel solco
segnato dal sasso
scagliato in acqua
per trovare un obiettivo.

venerdì 6 ottobre 2017

BLADE RUNNER 2049 – Domande e risposte (e nuove domande)



1982. L’Italia vinceva i mondiali e Deckard, il cacciatore di androidi impersonato da Harrison Ford, si innamorava di Rachel, dolce replicante e coprotagonista del primo Blade Runner. Una cosa succedeva nella realtà, l’altra su pellicola. Ma ambedue gli eventi hanno segnato intere generazioni come simboli ineguagliabili di bellezza: le magie di Paolo Rossi e la piovosa Los Angeles del distopico 2020.

Fino a qualche anno fa era impensabile che un capolavoro come il film firmato da Ridley Scott e tratto dal libro “Do Androids Dream of Electric Sheep?” di Philip Dick potesse avere un seguito: quel mondo così diverso dal nostro prossimo futuro era talmente intoccabile e perfetto che ampliarlo lo avrebbe forse rovinato.

Però il buon Scott ha sempre mille idee: prende i suoi successi e ci torna più volte (Alien ne è la testimonianza) ma non sempre la magia funziona. Si parla di una presunta resurrezione de Il Gladiatore ma sicuramente qualcuno gli avrà consigliato di mettersi una coperta sulle gambe davanti al camino e godersi un whiskey mentre conta i soldi guadagnati durante la carriera.

Però quando Scott si impunta su una cosa che gli sta a cuore, come l’universo di BR (Blade Runner, non Brigate Rosse), riesce a tirare fuori cose interessanti, o meglio, domande interessanti.

Per i profani del cinema che non hanno mai visto il primo BR: vergogna. Tuttavia potete ancora rimediare, anzi vi invidio un poco poiché avete la possibilità di godervi per la prima volta un mondo diverso, forse un po’ scontato nel 2017, ma che ha ispirato la fantascienza moderna sia visualmente che tecnicamente.

La trama del primo film è presto detta: un Blade Runner (cacciatore di androidi) che si è ritirato dal mestiere si ritrova ad affrontare una nuova, e possibilmente ultima, sfida che consiste nel sopprimere un gruppo di replicanti ribelli.

Prima di creare malintesi: replicanti = umanoidi, creati per sostituire l’uomo nelle attività peggiori, che sono del tutto simili agli umani ma che non hanno un’anima.

Per Deckard, il protagonista, il tutto si complica davanti all’amore, che gli permette di vedere la situazione da un nuovo punto di vista: quello del nemico. Insomma un noir in cui le ombre definiscono i personaggi più della luce; un detective immorale, una dark lady, un cattivo con perfide intenzioni distruttive e una città che avvolge la trama sotto una fitta pioggia infinita. Nel 1982 c’erano le carte in regola per far diventare una novità, un cult per tutti.

Questa era più o meno una premessa: una novità che dura da 35 anni e che era impossibile continuare perché quasi sacra. Un po’ come se decidessero di scrivere una Bibbia 2 in cui Gesù ritorna e fa altro.
Ma gli esploratori, i pionieri del cinema decidono che è ora di ampliare l’alone di perfezione che permea ogni fotogramma del film e si pongono una nuova domanda:

SI PUÒ DAVVERO DECIDERE CHI È NATO PER PROCREARE?

Basta guardarsi intorno per rispondersi: no, non si può decidere, ma la società ha creato dei paletti così ben definiti da seguire lungo l’arco narrativo di ogni giorno che questa libertà di scelta ci pare un ologramma impalpabile. E se con questa domanda avete pensato a tutte le lamentele dei gruppi gay, pensate a quante proteste potrebbero unirsi dei replicanti il cui unico scopo, essendo creati e non nati, è quello di fare mansioni che l’uomo non vuole più fare. Si unirebbero perché i replicanti non possono, per loro natura, riprodursi.

MA,
ed ecco che arriviamo al BR2049, qualcuno ci è riuscito: prima che tutta una generazione di replicanti ritenuti pericolosi venisse sterminata con un genocidio chiamato blackout, una replicante ha dato alla luce un erede.

Il compito dell’agente K (replicante di ultima generazione, interpretato da Ryan Gosling) è di trovarlo e ucciderlo prima che questa notizia si possa diffondere ovunque.

In un primo momento il tema problema del primo film ritorna: SI PUÒ DAVVERO DECIDERE CHI È UMANO?
La risposta è nel finale, quindi no spoiler, per ora.

K – i replicanti hanno dei codici identificativi, non dei nomi – è un blade runner che conduce una vita come tutti gli altri nell’oscura Los Angeles del 2049. I grattacieli sono gli edifici più piccoli ed ogni cosa è pregna di tecnologia.

K vive con la sua compagna ma al contempo vive da solo: Joi, interpretata da Ana de Armas, è un ologramma con cui K ha una relazione completa, escluso il fattore fisico. Lui tiene così tanto a lei che le regala un dispositivo che le permette di uscire di casa e vivere quasi normalmente. La presenza di Joy determina la sopravvivenza di K, rendendola più umana ricordandogli che in fondo la risposta alla domanda del primo film è piuttosto vera. Per questo BR è stato innovativo: anche la fantascienza più distopica è in grado di basarsi sull’amore.
Joi probabilmente è il personaggio a cui sono più affezionato perché nella sua inconsistenza fisica è quell’elemento concreto che permette al protagonista di non rimanere un ente freddo e distaccato dai sentimenti così che possa evolversi, seguire il suo arco evolutivo.
Inoltre c’è una cosa di Joi che sarà determinante nel terzo atto. Ma non la rivelerò. Andate a cinema per scoprirla.

Il cattivo è Jared Leto, bravo bravissimo, bis. Ha addirittura recitato senza vedere nulla a causa delle lenti a contatto usate sul set per rendere il suo personaggio più umanoide.
Lui è Wallace, ricchissimo magnate che ha acquistato la Tyrell (azienda antagonista del primo film) continuando la ricerca nel miglioramento della produzione di androidi per perfidi usi personali. Lui e il suo braccio destro, l’abile Luv, sanno che in giro c’è un erede di un replicante e vogliono catturarlo per studiarlo e capire quale fattore gli abbia permesso di nascere da un essere creato artificialmente.

Ora, se siete abbastanza svegli e avete fatto due più due già alla fine della prima pellicola, avete la riposta a chi sono i due genitori del ricercato.

Harrison Ford ritorna quando la risposta è ormai prossima e deve essere solo confermata.
In sala, durante la sua prima scena per un istante ho pensato: “Hey, è Han Solo!”. Invece era Deckard che, dal blackout che ha ucciso la sua dolce Rachel, si è nascosto in una zona deserta della città. Il suo arrivo all’inizio del secondo tempo è il catalizzatore di una storia che, altrimenti, sarebbe morta in dieci minuti.

Picchiarsi a ritmo di Frank Sinatra e di Elvis è un’esperienza che potrebbe sembrare trash, ma gestita come sa fare Denis Villeneuve (ormai affermatissimo regista canadese – avete presente Arrival e Prisoners?) risulta come un’incantevole scontro tra due pugili che combattono insieme e contro allo stesso tempo.

Come i manuali di sceneggiatura spiegano: il personaggio è descritto dalle sue azioni, in particolar modo quelle che lo spingono verso il confine più estremo (la sconfitta o la morte). Questo film è principalmente basato su questa affermazione, basti vedere la prima scena e la prima svolta narrativa.

Direi che la trama è stata abbastanza delineata senza dichiarare troppe anticipazioni nocive alla visione. È meglio parlare un poco, poiché ne so molto poco, dello stile del film.

Villeneuve è stato molto chiaro sin dai primi esperimenti di visualizzazione del film; deve aver detto una cosa tipo: io sono canadese quindi ci sarà un sacco di neve in questo film.
La neve c’è ed è parecchio metaforica. Ma ci sono anche piani lunghi smarmellati di zafferano che contrastano la desolazione del nascondiglio di Deckard dalla buia e fredda palette destinata alla città.
Esiste un codice per ogni scelta cromatica e, per evitare spoiler, dirò solo che cambia a seconda o del luogo o del personaggio di cui si parla. E se apparentemente il cattivo e Deckard non centrano nulla l’un con l’altro, il fatto che abbiano dedicato loro la stessa tavolozza cromatica un motivo ci sarà.
Ops. Ho parlato troppo. Ma confido nella vostra curiosità nel cercare una risposta anche a questo.

Quando uscirete dalla sala avrete risposto sicuramente alla domanda iniziale, ma nel frattempo ve ne sarete chieste altre cento. 

Per questo, temo, ce ne saranno altri di BR. Temo perché se si segue la scia di Alien, tra prequel e sequel si rischia di rovinare un universo narrativo che finora è perfetto.

Quindi, Mr. Scott, scelga bene che si soldi ne ha in abbondanza.
Questa volta ha scelto bene, la prossima faccia altrettanto.
Grazie.

E non litighi più con Harrison Ford sulla questione Deckard-è-un-replicante-o-no perché si è capito abbondantemente cosa realmente è.
Si ricordi che tra i due replicanti il terzo…

RIDE - Qualcosa di nuovo sotto il sole (e menomale)

Da due anni a questa parte si parla di rinascita del cinema italiano. Smetto quando voglio, Jeeg Robot, Veloce come il vento, Brutti e...